Rinviata l’introduzione della cosiddetta “tassa sui pacchi”, pensata per regolamentare le spedizioni legate agli acquisti online. L’obiettivo è duplice: alleggerire l’impatto ambientale e tutelare il commercio di prossimità, ma restano dubbi tecnici e politici che ne complicano l’avvio.

Una misura controversa che rallenta la corsa
Il debutto della nuova tassa sulle consegne e-commerce, prevista per penalizzare le spedizioni effettuate tramite i grandi marketplace, subisce un rinvio. Doveva entrare in vigore a breve, ma tra incertezze tecniche e resistenze politiche, il Governo sta riconsiderando i tempi. La proposta prevede un prelievo fisso di due euro sui piccoli pacchi, suscitando reazioni contrastanti tra consumatori, corrieri e negozianti. Il nodo principale non è solo quando verrà introdotta, ma come sarà applicata senza generare squilibri o disparità.
Tra sostenibilità e sostegno al commercio locale
Più che una misura fiscale, si tratta di un’iniziativa con una forte componente ambientale e sociale. Il crescente traffico dei furgoni per la logistica dell’ultimo miglio grava sulle città, contribuendo a inquinamento e congestione. Allo stesso tempo, i piccoli esercenti faticano a tenere il passo con le dinamiche dell’e-commerce, reso più competitivo da economie di scala e vantaggi fiscali. L’introduzione di un costo fisso potrebbe scoraggiare gli acquisti impulsivi e promuovere una logistica più efficiente, favorendo un ritorno verso gli acquisti locali, almeno per i beni di uso quotidiano.
Tra burocrazia e tecnologia: un’entrata in vigore a rilento
Il rinvio non nasce da un cambio di rotta politico, ma dalla complessità dell’attuazione tecnica. Il Governo starebbe valutando una partenza nel 2025 inoltrato o all’inizio del 2026, per dare tempo agli operatori di adeguarsi. Restano però molte incognite: chi gestirà la riscossione del contributo? Come saranno trattate le spedizioni internazionali? Senza una cornice normativa chiara, il rischio è che il peso della misura ricada soprattutto sugli operatori italiani, mentre i grandi gruppi esteri potrebbero restarne fuori, eludendo l’imposta.

Chi davvero pagherà? E quali eccezioni sono previste
In teoria saranno i marketplace o i venditori a versare la tassa, ma nella pratica è probabile che il costo venga scaricato sul consumatore finale con spese di spedizione più elevate. L’imposta colpirà soprattutto i pacchi di piccole dimensioni, quelli più frequenti nelle transazioni online. Sono già in discussione alcune esenzioni: spedizioni verso locker o punti di ritiro, più sostenibili; aree montane o svantaggiate, dove l’e-commerce è spesso l’unico canale disponibile; transazioni tra privati o legate al mercato dell’usato, per non frenare la circolarità economica. La vera sfida sarà trovare un equilibrio tra sostenibilità e inclusività, senza gravare ulteriormente su famiglie e imprese in un’economia ancora fragile.

