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Pensioni in Italia, il divario di genere resta profondo: perché le donne prendono molto meno

Pensioni in Italia, il divario di genere resta profondo: perché le donne prendono molto meno
Photo by Alexas_Fotos – Pixabay
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Il gender pension gap continua a pesare sul sistema previdenziale italiano. Tra carriere discontinue, part-time e salari più bassi, le pensionate incassano assegni sensibilmente inferiori rispetto agli uomini.

Pensioni in Italia, il divario di genere resta profondo: perché le donne prendono molto meno
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L’attuale fotografia della previdenza italiana mostra una distanza ancora molto marcata tra uomini e donne. Non si tratta di una semplice differenza numerica, ma del risultato di percorsi lavorativi spesso più fragili, interrotti e meno retribuiti. Il dato più recente parla chiaro: le pensioni femminili risultano mediamente più basse del 30,9% rispetto a quelle maschili. In pratica, per molte donne l’assegno mensile si ferma intorno ai 1.285 euro, una cifra che racconta quanto il mercato del lavoro abbia inciso sul futuro economico della terza età.

Questa disparità non nasce all’improvviso al momento del pensionamento. È il prodotto di anni, spesso decenni, di differenze accumulate lungo tutta la vita professionale. Minori opportunità, interruzioni di carriera, stipendi più contenuti e una distribuzione sbilanciata dei carichi familiari hanno costruito un sistema in cui arrivare alla pensione con un assegno più debole è tutt’altro che raro. Ma come si è arrivati a questo punto?

Il gender pension gap e le sue radici nel lavoro

Il gender pension gap è strettamente legato a ciò che accade prima, durante la vita attiva. Le donne, in molti casi, hanno avuto carriere più brevi o meno lineari rispetto agli uomini. Ingresso tardivo nel mondo del lavoro, uscite anticipate, pause legate alla maternità o all’assistenza di familiari anziani: tutti elementi che, sommati, riducono la base contributiva su cui si calcola l’assegno previdenziale.

Il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo ha reso questa dinamica ancora più evidente. Se in passato il peso del salario finale contava maggiormente, oggi ogni versamento ha un impatto diretto sul risultato finale. Questo significa che anche pochi anni di lavoro saltati, o periodi con contributi più bassi, possono tradursi in una pensione sensibilmente inferiore. È una differenza che si accumula nel tempo e che emerge con forza proprio quando l’attività lavorativa termina.

Part-time, salari più bassi e carriere discontinue: il meccanismo che penalizza le pensionate

Uno dei fattori più incisivi è il ricorso al part-time, spesso non come scelta libera, ma come soluzione obbligata. Per molte lavoratrici, ridurre l’orario significa riuscire a conciliare lavoro e famiglia in assenza di servizi adeguati. Il problema è che meno ore lavorate equivalgono a uno stipendio più basso e, di conseguenza, a contributi previdenziali ridotti.

Nel lungo periodo, questo schema produce un effetto molto chiaro: si versa meno e si riceve meno. E il problema non si ferma qui. Se a questo si aggiunge il gender pay gap, la distanza si amplia ulteriormente. A parità di mansioni, le donne hanno spesso percepito retribuzioni inferiori rispetto agli uomini. Poiché i contributi vengono calcolati in relazione allo stipendio, una paga più bassa durante gli anni di lavoro si traduce quasi automaticamente in una pensione meno generosa.

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Nord e Sud: una geografia della pensione che amplifica le differenze

Il divario non è uguale in tutta Italia. La distribuzione territoriale delle pensioni mostra differenze significative tra Nord e Sud, in linea con la diversa struttura economica del Paese. Dove l’occupazione femminile è più stabile e il tessuto produttivo offre maggiori opportunità, gli assegni risultano in media un po’ più alti. Tuttavia, il gap rispetto agli uomini resta comunque evidente.

Nel Mezzogiorno la situazione è più delicata. Qui la bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, unita a carriere più spesso discontinue e precarie, alimenta pensioni mediamente più deboli. In molti casi gli importi si avvicinano ai livelli minimi di sussistenza, rendendo la vecchiaia più esposta alle difficoltà economiche. La differenza non è soltanto statistica: si traduce in qualità della vita, capacità di far fronte alle spese e autonomia personale.