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Isopensione a 7 anni: perché aziende e sindacati chiedono la conferma dello scivolo verso la pensione

Isopensione a 7 anni: perché aziende e sindacati chiedono la conferma dello scivolo verso la pensione
Photo by wal_172619 – Pixabay
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Il futuro della flessibilità in uscita torna al centro del dibattito previdenziale. La possibile conferma dell’isopensione estesa fino a sette anni interessa imprese, lavoratori e Governo, tra esigenze di ricambio generazionale, costi elevati e rischio di tornare ai vecchi limiti dal 2027.

Isopensione a 7 anni: perché aziende e sindacati chiedono la conferma dello scivolo verso la pensione
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Il tema della pensione anticipata continua a muovere un confronto molto concreto tra esecutivo, imprese e sindacati. Al centro c’è l’isopensione, uno strumento che negli ultimi anni ha permesso a molte grandi aziende di gestire in modo ordinato gli esuberi e accompagnare i dipendenti verso il pensionamento con largo anticipo. Ma ora il nodo è chiaro: senza una nuova decisione politica, dal 2027 si potrebbe tornare a un quadro molto più rigido. E per il sistema produttivo sarebbe un passo indietro tutt’altro che marginale.

Cos’è l’isopensione e come funziona lo scivolo Fornero

L’isopensione è uno dei meccanismi più rilevanti introdotti nell’orbita della Legge Fornero per agevolare l’uscita dei lavoratori vicini alla pensione. In pratica, consente alle aziende con più di 15 dipendenti di accompagnare all’uscita chi si trova a pochi anni dal raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia o anticipata.

Il principio è semplice, anche se i dettagli tecnici sono tutt’altro che banali: il datore di lavoro si assume integralmente l’onere economico dell’operazione. Questo significa che l’impresa versa al lavoratore un assegno mensile di importo pari alla pensione che maturerà in seguito, oltre a pagare la contribuzione correlata all’INPS fino al momento del pensionamento effettivo.

Il nodo dei sette anni: cosa succede dal 2027

Quando si parla di isopensione, il punto più delicato riguarda la durata della finestra di uscita. In origine, infatti, il meccanismo prevedeva un anticipo massimo di quattro anni rispetto ai requisiti pensionistici. Poi, per rispondere a crisi aziendali, riorganizzazioni profonde e processi di ristrutturazione industriale, il limite è stato portato temporaneamente a sette anni.

Questa estensione si è rivelata decisiva in molti settori, in particolare nei grandi gruppi industriali e bancari, dove ha consentito di gestire uscite volontarie numerose senza alimentare tensioni sociali. Ma il problema è che si tratta, appunto, di una proroga temporanea. Se non arriverà una nuova norma, dal 1° gennaio 2027 il sistema tornerà automaticamente ai quattro anni previsti in origine.

Costi per le imprese e valore del ricambio generazionale

L’isopensione non è uno strumento economico per le aziende. Anzi, rappresenta un investimento significativo. Il datore di lavoro deve coprire l’assegno mensile del lavoratore e versare anche la contribuzione figurativa, calcolata sulla media delle retribuzioni degli ultimi anni. In molti casi, il costo complessivo dell’operazione può perfino superare quello di un normale stipendio.

Allora perché le imprese continuano a guardare con interesse a questa formula? La risposta sta nel medio e lungo periodo. Lo scivolo consente infatti di alleggerire l’organico, di gestire in modo non traumatico le uscite e di inserire nuove figure professionali, spesso più vicine alle esigenze del mercato attuale. È qui che entrano in gioco competenze digitali, automazione, analisi dei dati e nuove professionalità legate alla trasformazione tecnologica.

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Verso una conferma strutturale dello scivolo a 7 anni

Le interlocuzioni tra Ministero del Lavoro, INPS e parti sociali lasciano intravedere un possibile orientamento verso la continuità. Non si parla soltanto di una proroga di breve periodo, ma anche dell’ipotesi di stabilizzare la misura. Sarebbe una svolta importante, perché trasformerebbe un meccanismo temporaneo in uno strumento strutturale di gestione degli esuberi e del turnover.

Per le aziende, una conferma definitiva significherebbe poter costruire piani industriali e piani di esodo con orizzonti più lunghi. Per i lavoratori, invece, garantirebbe maggiore certezza su una fase delicata della vita professionale. E per lo Stato, la permanenza dell’isopensione a sette anni avrebbe comunque un vantaggio indiretto: ridurre la pressione su altri ammortizzatori sociali pubblici, come la Cassa Integrazione.