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Frode online banking: responsabilità della banca

Frode online banking: responsabilità della banca
Photo by Mohamed_hassan – Pixabay
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Dalla giurisprudenza sull’onere della prova ai casi di malware e phishing, ecco perché il correntista può ottenere la restituzione delle somme sottratte se ha agito con prudenza.

Frode online banking: responsabilità della banca
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Trovare un’operazione mai effettuata sul proprio estratto conto è un’esperienza allarmante che solleva dubbi immediati su chi debba farsi carico della perdita economica. Quando i propri risparmi vengono sottratti da criminali informatici, il timore principale è quello di non rivedere più i fondi. Fortunatamente, la normativa vigente e le pronunce dei tribunali tracciano un perimetro protettivo per il consumatore, stabilendo che in materia di sicurezza informatica la responsabilità ricade prevalentemente sulla banca.

Home banking e rischi

L’utilizzo dei servizi digitali per gestire la liquidità non è esente da insidie invisibili, tanto che la giurisprudenza ormai assimila questa operatività all’esercizio di un’attività intrinsecamente pericolosa per via delle minacce del web. Di conseguenza, si verifica un’importante inversione dell’onere della prova a vantaggio dell’utente: non spetta al cittadino dimostrare che il sistema di home banking era vulnerabile, ma è l’istituto di credito a dover fornire prove oggettive di aver predisposto ogni barriera tecnologica per evitare intrusioni di estranei. La gestione telematica dei fondi richiede infatti un grado di perizia e diligenza professionale altissimo, calibrato sul ruolo di un colosso finanziario.

A rafforzare il perimetro difensivo per chi subisce una violazione interviene una recente e assai rilevante pronuncia dei giudici siciliani, i quali hanno rigettato in toto il ricorso di un istituto. I magistrati hanno confermato l’obbligo di restituire oltre ventitremila euro a una società colpita da un attacco mirato e insidioso. In questo scenario, la frode informatica si basava sul letale malware BRATA, un applicativo in grado di aggirare le difese aziendali assumendo le sembianze dell’applicazione ufficiale. Mediante finti messaggi e link manipolati, gli hacker hanno sottratto i codici e svuotato le casse operando totalmente nell’ombra.

Privacy e dati personali

Il tema della salvaguardia patrimoniale sconfina inevitabilmente nel campo tracciato dalle normative comunitarie, intrecciandosi con il GDPR europeo. Le password dispositive e la cronologia delle spese sul proprio conto corrente rappresentano a tutti gli effetti informazioni riservate di grande valore. Il semplice fatto che un pirata informatico riesca a bucare i server bancari rappresenta una palese violazione di questi dati personali, configurando una mancanza organizzativa da parte del titolare del trattamento. Un simile evento legittima l’apertura di un contenzioso per i danni subiti, in quanto l’intrusione stessa testimonia l’inefficacia delle misure di custodia adottate.

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Le colpe del cliente

Nonostante l’orientamento ampiamente favorevole al risparmiatore, la legge non concede una protezione assoluta e incondizionata in ogni scenario. La filiale bancaria è infatti esonerata da ogni obbligo di ristoro patrimoniale se riesce a documentare una evidente negligenza da parte dell’utente. I casi che azzerano il diritto alla restituzione comprendono la cessione volontaria delle password ad altre persone, l’inserimento frettoloso delle credenziali su siti contraffatti a causa di attacchi di phishing, oppure l’abitudine scellerata di salvare i pin segreti in luoghi non protetti o su dispositivi sprovvisti di un software antivirus aggiornato e funzionante.

Per assicurarsi una posizione di vantaggio in caso di controversia legale, l’intestatario del deposito deve poter esibire un comportamento irreprensibile nel web. Verificare puntualmente i movimenti contabili, evitare di installare programmi estranei agli store ufficiali ed effettuare scansioni antimalware periodiche sono abitudini che la giurisprudenza valuta con grande favore. Parimenti fondamentale risulta il fattore tempo: bloccare i servizi dispositivi non appena si percepisce l’anomalia è un’azione che blinda la richiesta di indennizzo, scaricando interamente sull’azienda bancaria l’onere di motivare la scomparsa della liquidità.