La Commissione europea alza il livello di guardia sul commercio digitale: nel mirino finiscono rischi sistemici, prodotti non conformi e controlli giudicati insufficienti. Per la piattaforma asiatica arriva la sanzione più pesante mai inflitta nell’era del Digital Services Act.

L’Unione Europea ha deciso di imprimere una svolta netta alla vigilanza sui grandi operatori dell’e-commerce. La nuova stretta regolatoria di Bruxelles non riguarda solo il rispetto formale delle norme, ma tocca un tema centrale per il mercato unico: la sicurezza dei prodotti venduti online e la protezione dei consumatori. In un settore cresciuto in modo rapidissimo, le istituzioni europee vogliono evitare che l’espansione commerciale di piattaforme internazionali avvenga senza adeguati filtri, senza trasparenza e, soprattutto, senza garanzie sufficienti per chi acquista.
La misura più significativa è la multa da 200 milioni di euro inflitta a Temu, contestata dalle autorità comunitarie per la presunta incapacità di individuare, valutare e contenere in modo efficace i rischi sistemici legati alla presenza di merci non conformi. Il caso è destinato a fare scuola, perché rafforza l’idea che il commercio digitale non possa essere trattato come una zona franca. Al contrario, le grandi piattaforme sono chiamate a dimostrare di aver messo in campo controlli solidi, continui e verificabili.
Il nodo del Digital Services Act e le carenze nella valutazione del rischio
Alla base del provvedimento c’è l’accusa secondo cui la piattaforma non avrebbe rispettato in pieno gli obblighi previsti dal Digital Services Act (DSA), la normativa europea che impone alle piattaforme online di dimensioni molto elevate di monitorare in modo costante i propri servizi e di prevenire la diffusione di contenuti o prodotti illegali. Nel caso specifico, Bruxelles sostiene che la società non abbia identificato con sufficiente precisione i pericoli associati alla circolazione di articoli potenzialmente dannosi all’interno dell’Unione.
Nel corso del 2024, secondo i funzionari europei, la valutazione del rischio presentata dall’azienda sarebbe risultata incompleta e troppo generica. In pratica, invece di basarsi su dati realmente connessi alle dinamiche del proprio marketplace, il documento avrebbe fatto riferimento a informazioni generali sull’intero settore dell’e-commerce. Un’impostazione del genere, per gli ispettori, non basta: se manca un’analisi concreta e misurabile del servizio, è impossibile capire quanto siano estesi i pericoli per gli utenti. E proprio qui si è concentrato uno dei punti più critici del dossier.
Le verifiche sotto copertura e i prodotti che non superano i test
Per capire se le procedure dichiarate corrispondessero davvero alla realtà, gli ispettori europei hanno scelto una strada molto concreta: il mystery shopping. Si tratta di acquisti effettuati sotto copertura, simulando il comportamento di un normale consumatore. Una volta ricevuti i prodotti, questi sono stati analizzati in laboratorio per valutarne la conformità agli standard di sicurezza richiesti in Europa. Il risultato, secondo quanto emerso, è stato tutt’altro che rassicurante.
Una quota molto elevata di caricabatterie e dispositivi elettrici testati non avrebbe superato i requisiti minimi di sicurezza. Il rischio, in questi casi, non è teorico: parliamo di possibili cortocircuiti, surriscaldamenti e perfino incendi. In un mercato in cui i dispositivi elettronici entrano quotidianamente nelle case, nelle scuole e negli uffici, questo tipo di criticità assume un peso enorme. Basta un difetto di progettazione o una mancata conformità per trasformare un acquisto apparentemente innocuo in un pericolo reale.

Una sanzione simbolica ma anche strategica per tutto il mercato online
La multa UE a Temu da 200 milioni di euro non ha solo un valore economico. È soprattutto un messaggio politico e regolatorio rivolto all’intero ecosistema dell’e-commerce globale. Si tratta infatti della sanzione più pesante mai applicata dalle autorità comunitarie dall’entrata in vigore del Digital Services Act, un passaggio che segna un cambio di passo netto nella relazione tra Bruxelles e le grandi piattaforme digitali.
Il significato della decisione va oltre il singolo caso. L’obiettivo della Commissione è far capire che la crescita del fatturato e l’aumento delle quote di mercato non possono essere perseguiti a discapito delle regole comuni. Quando prodotti sottocosto, non verificati o non conformi invadono il mercato, il danno non riguarda soltanto i consumatori: a soffrirne sono anche le imprese europee che investono in controlli, certificazioni e standard di qualità molto più rigorosi. In altre parole, si altera la concorrenza e si indebolisce la tenuta del mercato unico.

