Introduzione
Il Sistema Monetario Europeo era stato inteso fin dalla sua istituzione come un passo preliminare verso la creazione di uno spazio monetario pienamente integrato, dotato di una moneta unica europea; per questa ragione, il trattato istitutivo dello Sme aveva posto come obiettivi non soltanto la stabilità dei cambi, ma anche la piena mobilità dei capitali e quindi l’integrazione finanziaria completa. Il passaggio dallo Sme, istituito nel 1978 (l’adesione dell’Italia avvenne però nel 19799, alla creazione dell’euro come moneta di conto europea, avvenuta nel 1999, richiese non meno di vent’anni. Nel 1987, poi, ebbe luogo l’ultimo riallineamento di rilievo: dopo di allora, e fino alla crisi del 1992, i cambi nominali rimasero stabili. Per un gruppo limitato di paesi (Germania, Francia, Paesi Bassi e Danimarca) i cambi rimasero stabili non soltanto in termini nominali, ma anche in termini reali, conseguenza questa del fatto che tali paesi avevano realizzato tassi di inflazione pressoché uguali e comunque molto contenuti.
Dallo Sme al Trattato di Maastricht
Parve allora che fosse giunto il momento di accelerare la fase finale e il passaggio all’unificazione monetaria completa. Le procedure vennero stabilite dal Trattato dell’Unione Europea, sottoscritto nella città olandese di Maastricht nel febbraio del 1992, entrato in vigore il 1° novembre 1993 e detto comunemente Trattato di Maastricht: quest’ultimo, il quale modificava in maniera profonda il Trattato istitutivo della Comunità Europea del 1957 (meglio noto come Trattato di Roma), fissò i passi da seguire per la realizzazione dell’Unione monetaria del continente, una comunità di paesi che avessero come mezzo di pagamento una moneta unica. Le condizioni principali del Trattato furono le seguenti: a)la moneta unica europea, alla quale venne assegnato il nome di euro, sarebbe stata adottata come moneta di conto, legata da cambi fissi con le monete nazionali dei paesi ammessi a far parte dell’Unione, il 1° gennaio 1999 (con il 2002 l’euro sarebbe diventato l’unica moneta in circolazione); b)il passaggio dalle singole banche centrali nazionali a una Banca centrale europea unica venne preparato con la creazione dell’Istituto monetario europeo, entrato in funzione il 1° gennaio 1994 e retto dai governatori delle banche centrali dei paesi partecipanti (alla sua presidenza venne designato l’economista francese Alexandre Lamfalussy); c)la partecipazione all’Unione monetaria venne rigorosamente limitata ai paesi che almeno un anno prima avevano raggiunto un pieno equilibrio finanziario, vale a dire uno stock di debito pubblico non superiore al 60% del pil, un disavanzo pubblico corrente non superiore al 3% del pil e un tasso di inflazione tale da non superare per più di 1,5 punti il tasso dei tre paesi più stabili.
Le decisioni prese all’interno degli stati membri dell’Ue
Al fine di preservare l’equilibrio delle finanze pubbliche, si convenne che gli stati partecipanti all’Unione monetaria non potessero contrarre debiti con le rispettive banche centrali. Si stabilì infine che nel maggio del 1998 una conferenza dei capi di stato e di governo dei quindici paesi dell’Ue avrebbe deciso quali paesi, avendo rispettato le condizioni dianzi ricordate, sarebbero stati ammessi a entrare nell’Unione monetaria e quali invece sarebbero stati rinviati a un secondo turno. La firma del Trattato di Maastricht fu accompagnata da considerevoli perplessità: corsero infatti voci secondo cui l’unificazione monetaria sarebbe stata frutto di un accordo tra il presidente Mitterand e il cancelliere tedesco Kohl, un accordo che avrebbe contemplato la riunificazione veloce della Germania (fortemente auspicata dallo stesso Kohl e realizzata nel 1990, appena un anno dopo la caduta del muro di Berlino) e l’unificazione monetaria europea (considerata da Mitterand un modo per contenere il predominio economico della Germania). Di fatto, alla firma del Trattato il cancelliere dello scacchiere inglese fu assente e la Banca centrale tedesca, l’autorevole Bundesbank, dichiarò che l’accordo era stato raggiunto senza un’adeguata precisazione del suo contenuto. Gli eventi successivi mostrarono come le difficoltà da superare per giungere alla realizzazione dell’Unione monetaria fossero davvero cospicue. In numerosi paesi, poi, il Trattato di Maastricht, sottoposto a referendum popolare, venne approvato con una maggioranza estremamente ristretta: il 51% in Francia (1992), il 53% in Svezia (1994), mentre in Danimarca due consultazioni per referendum popolare tenute nel maggio del 1993 e nel settembre 2000, pur accettando l’adesione al Trattato di Maastricht, esclusero con una chiara maggioranza (57% e 53%) l’unificazione della moneta, della politica sociale e della difesa. La Norvegia, infine, con un referendum popolare tenuto nel novembre del 1994, respinse l’adesione al Trattato con il 52% dei voti. Altre perplessità furono espresse anche da molti studiosi autorevoli: nel 1993, tra l’altro, un gruppo di illustri economisti (fra i quali bisogna citare Samuelson, Solow, Modigliani e Blanchard) esortò i paesi europei ad abbandonare l’idea della moneta unica e persino l’obiettivo più limitato dei cambi fissi, e a optare per una politica di cambi flessibili, la quale avrebbe consentito di perseguire con una maggiore libertà ed efficacia l’obiettivo della piena occupazione.
SIMONE RICCI





