Introduzione
L’internazionalizzazione delle banche italiane è modulabile in dei periodi temporali all’interno dei quali si possono ravvisare elementi strategici ed operativi precisi e ricorrenti. Cerchiamo ora di tracciare i tratti salienti delle diverse fasi di internazionalizzazione delle banche del nostro sistema. Sin dall’inizio del XX secolo i rapporti bancari tra l’Italia e l’estero furono tipicamente costituiti da accordi di collaborazione con alcuni istituti stranieri, in prevalenza francesi e tedeschi, i quali avevano contribuito in modo determinante alla ricostruzione del sistema bancario italiano durante la crisi di fine secolo. La convenienza a espandere l’attività all’estero dei nostri intermediari maturò nei primi anni del secolo, principalmente per assecondare i tassi di crescita dell’industria italiana, le velleità in materia di politica estera che si andavano forgiando e la necessità di disporre di una concreta presenza sulle maggiori piazze finanziarie internazionali, sia per avere accesso ad alcuni mercati, come quello delle accettazioni, sia per entrare a far parte di network di operatori stranieri presso cui accreditarsi e ottenere crediti in divisa. Non di minore importanza nel sospingere l’internazionalizzazione di alcuni intermediari nazionali fu anche la predominante componente estera del loro azionariato.
I primi anni del secolo
Nel 1902, il Banco di Roma aprì la sua prima filiale a Parigi, mentre nei quattro anni successivi la Banca Commerciale Italiana sviluppò iniziative in Brasile e Tunisia. Dalla collaborazione tra Banca Commerciale Italiana, Paribas, Sociètè Generale e alcuni partecipanti minori nacque nel 1910 la più importante tra le banche italiane all’estero: la Banque Française et Italienne pour l’Amerique du Sud (Sudameris). Nel 1911, la struttura bancaria italiana all’estero subì gli ultimi cambiamenti importanti prima della grande guerra. In quell’anno, infatti, il Banco di Roma costituì una filiale a Costantinopoli, la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano aprirono filiali a Londra, mentre lo stesso Credito Italiano partecipò alla costituzione della Banque Brèsilienne Italo-Belge. Lo scoppio del primo conflitto mondiale interruppe in maniera davvero brusca, ma comunque temporanea, i processi di internazionalizzazione avviati dalle banche di numerosi paesi, fra cui quelle italiane; i moti espansionistici ripresero con maggior vigore nel dopoguerra ed ebbero come principali protagonisti gli intermediari statunitensi.
L’evoluzione bancaria all’estero nel primo dopoguerra
L’evoluzione della rete estera delle grandi banche italiane continuò in seguito, andando a seguire la strategia prebellica di espansione in Sud America e nei maggiori centri finanziari mondiali, arricchendosi anche di nuove presenze in Europa centro-orientale e in alcune regioni del bacino del Mediterraneo (per lo più Mar Nero ed Egitto). La debacle bellica degli imperi centrali aveva, infatti, offerto nuove opportunità di allargamento anche alle banche italiane (Banco di Roma, Credito Italiano e Banca Commerciale Italiana tra tutte) in competizione con le più grandi banche inglesi e francesi. Nella prima metà degli anni Venti, l’emersione dei limiti dell’esperienza di internazionalizzazione unitamente alla scarsità di risorse finanziarie in Italia condussero a una generalizzata revisione delle strategie di allargamento oltre confine. Le affiliate italiane riuscirono ad acquisire una certa rilevanza solo in quei paesi la cui struttura bancaria doveva essere ricostruita integralmente, assumendo invece un ruolo del tutto marginale in quelli più sviluppati. Predominanti furono le iniziative a sostegno del commercio italiano nei paesi già presidiati dai nostri istituti di credito. Quanto alle modalità di internazionalizzazione, tramite uffici di rappresentanza, filiali e filiazioni, nei primi decenni del secolo la scelta tecnica prevalente apparve essere l’assunzione di interessenze in aziende bancarie esistenti o da costituirsi, pur non mancando i casi di aperture di filiali concentrate nei centri finanziari primari.
Il trentennio tra agli Trenta e i Sessanta
Il ruolo delle nostre banche all’estero mutò radicalmente negli anni Trenta: con la guerra d’Etiopia e le sanzioni della Società delle Nazioni contro l’Italia, il processo di integrazione finanziaria internazionale intrapreso negli anni Venti era praticamente giunto al termine. Il tracollo militare nazi-fascista comportò anche quello del sistema bancario italiano all’estero e la fine di molte esperienze multifunzionali. Durante gli anni Cinquanta e Sessanta, poi, le più importanti banche domestiche aprirono uffici di rappresentanza nei centri finanziari internazionali (New York, Londra e Parigi) allo scopo di acquisire expertise nei mercati dei capitali e avviarono attività a sostegno della sempre più numerosa clientela con interessi concentrati nel mercato nordamericano e in taluni stati sudamericani quali Argentina e Brasile.
Gli anni Settanta
Nel 1970 solamente quattro istituti italiani erano presenti all’estero: si trattava di Comit, Banca Nazionale del Lavoro, Banco di Roma e Banco di Napoli. I divieti delle regolamentazioni valutarie e le dimensioni contenute delle banche italiane avevano, principalmente, contribuito a creare il gap fra l’ampiezza e la profondità dell’espansione oltre confine della nostra banking industry e quella di altri paesi stranieri industrializzati. Il rafforzamento della presenza negli Stati Uniti e l’ingresso in Asia si verificarono nella prima metà degli anni Settanta: il Banco di Roma e la Comit aprirono filiali a Singapore e Tokyo; a Mosca la Comit aprì nel 1973 il primo ufficio di rappresentanza di una banca italiana (seguita nel 1975 dal Credito Italiano, nel 1976 dal Banco di Roma e nel 1979 dal Banco di Napoli).
SIMONE RICCI