L’economia italiana durante il fascismo

Scritto da: Ferdinando Merisi - Categoria: Storia

Introduzione

Gli ultimissimi anni che precedono l’avvento del Fascismo in Italia si caratterizzano, in economia, per una certezza: i tentativi di scalata bancaria si rivelano infatti spesso dei veri e propri fallimenti. È la Banca d’Italia a intervenire in favore dell’Ansaldo nel 1920-1921, un intervento che provoca un forte inasprimento dell’inflazione, con l’Italia che tenta di finanziare il costo della conflitto bellico appena terminato con emissioni cartacee nell’immediato dopoguerra. Di tale fenomeno inflazionistico si avvantaggiano soprattutto gli industriali e i proprietari agricoli, vale a dire coloro che hanno un reddito variabile, ma l’influenza maggiore viene esercitata sui salariati e sul ceto medio, che beneficiano invece di un reddito fisso. La conseguenza di tutto ciò è l’intensificarsi dei conflitti sociali, con i ceti medi che indicono una protesta popolare, scioperano e occupano le fabbriche. Il biennio 1919-1920 è passato alla storia come “biennio rosso”: gli operai riescono a conquistare la giornata lavorativa di otto ore e anche alcuni importanti aumenti di salario. È proprio il Partito Nazionale Fascista (fondato il 23 marzo 1919) a farsi interprete del disagio della borghesia rurale e popolare, una classe che vedeva nel nuovo raggruppamento politico l’unico in grado di tutelare i propri interessi. In precedenza, gli scioperi a carattere economico erano visti con sostanziale neutralità da Giolitti che, in tal modo, riusciva ad allarmare gli industriali; questi ultimi lo accusavano di eccessiva debolezza, un altro dei fattori che agevolerà la cosiddetta Marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

 

I primi anni: 1922-1925

Si tratta della fase “liberista” del partito fascista, un periodo in cui Alberto De Stefani viene nominato ministri delle Finanze. Sarà proprio il 1925 l’anno della svolta, visto che lo stesso De Stefani verrà sostituito da Giuseppe Volpi, conte di Misurata. Si parla di fase liberista perché in questi primi anni si può osservare una certa continuità rispetto al passato per quel che concerne gli obiettivi di politica economica: De Stefani era per l’appunto uno dei principali rappresentanti del liberismo economico. La fase di andamento positivo dell’economia italiana viene favorito dal modo di perseguire il pareggio di bilancio. Tra l’altro, la ripresa produttiva farà aumentare l’elasticità dell’offerta di lavoro a vantaggio dell’industria: dopo la Marcia su Roma vi è un forte controllo politico del governo sul lavoro. Il 1923 è senza dubbio un anno molto importante, dato che con il Piano di Palazzo Chigi si riesce a vanificare ciò che si era ottenuto nel corso del biennio rosso.

Il tutto verrà poi rafforzato da un ulteriore provvedimento, il Piano di Palazzo Doni del 1925. Inoltre, non bisogna dimenticare i fattori esterni. Ad esempio, viene meno la valvola di sfogo della manodopera, rappresentata a quei tempi dall’emigrazione, visto che il cosiddetto Quota Act del 1921 aveva ristretto in maniera netta l’immigrazione, aumentando dunque l’offerta; in aggiunta, per quel che riguarda il sistema bancario nazionale, la banca mista può finanziare in maniera abbondante le imprese ad alta intensità di capitale. Dopo la caduta della Banca Italiana di Sconto, il sistema delle banche miste viene a basarsi essenzialmente su istituti come la Comit, il Credit e il Banco di Roma. Questo avviene grazie soprattutto al forte ruolo di prestatore di ultima istanza svolto dalla Banca d’Italia: con il CSVI (Consorzio per Sovvenzioni sui Valori Industriali) l’istituto centrale del nostro paese può rifinanziare le banche miste e, conseguentemente, aumentare la circolazione cartacea.

 

Il ruolo della politica fiscale

La politica fiscale riesce a favorire questa situazione attraverso due fattori. Vediamoli nel dettaglio. 1)Il pareggio di bilancio. De Stefani riduce la spesa pubblica attraverso il taglio dell’emissione di debito pubblico interno; in questo modo si crea una maggiore liquidità del sistema economico, in quanto il risparmio privato passa dai titoli del debito pubblico alle banche. Con la diminuzione del debito interno aumentano anche i depositi presso le banche miste; si tratta di una politica creditizia altamente espansiva. Il contenimento della spesa pubblica rientrava a pieno titolo nella riforma tributaria del 1923, la quale aveva previsto dei tagli alla spesa pubblica con il licenziamento di ben 60.000 operai. Poi, al fine di incentivare gli investimenti, il governo alleggerì la pressione fiscale a carico degli imprenditori, anche se tale evento doveva avere una contropartita nell’aggravio fiscale destinato ai ceti meno abbienti. I salari degli operai e le retribuzioni degli impieghi sono assoggettati all’imposta sulla ricchezza mobile, la quale esisteva comunque già dal 1868. nel 1925 De Stefani ottiene il pareggio di bilancio, concludendo questa fase con una forte espansione delle esportazioni. 2)La politica doganale più aperta. Nel 1921 viene confermata una tariffa protezionistica che avvantaggia il settore chimico e quello meccanico. De Stefani riesce a intessere importanti accordi con vari paesi per la liberalizzazione degli scambi. Nel 1925, poi, viene a svilupparsi la svolta autoritaria del regime fascista: i settori che potranno beneficiare in misura maggiore di tale crescita sono soprattutto l’industria tessile, ma anche quella automobilistica.

 

 

 

SIMONE RICCI

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