Introduzione
I primi due anni del dopoguerra furono dominati, in un primo momento, dalla politica degli aiuti umanitari. Bisognava soccorrere decine di milioni di feriti, prigionieri e dispersi, città devastate e nazioni disorganizzate. Le nuove amministrazioni nei territori liberati dal controllo nazista, con l’aiuto degli eserciti alleati e dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’Aiuto e la Ripresa (conosciuta anche con l’acronimo Unrra, United Nations Relief and Rehabilitation Administration), concentrarono la loro attenzione iniziale su questi compiti urgenti, di sopravvivenza. La disorganizzazione e il caos si superarono progressivamente. L’anno 1947 fu particolarmente dinamico nello sforzo di ricostruzione; anche l’azione collettiva si andò normalizzando e i paesi europei riuscirono a svolgere le elezioni e a configurare una nuova mappa politica. L’estate del 1947 era il termine fissato per rendere operanti gli accordi di Bretton Woods; invece di applicarli, il che appariva prematuro a tutti, gli Stati Uniti lanciarono la proposta di un grande piano di aiuti per la ricostruzione dell’Europa.
La situazione economica dell’Europa
L’Europa occidentale non registrò, nel 1947, alcun peggioramento della sua situazione economica rispetto a un anno prima, ma, al contrario, accelerò il suo ritmo di recupero. In effetti, l’unico sintomo preoccupante era quello della sua bilancia commerciale con gli Stati Uniti. Invece di seguire il modello di riduzione del deficit commerciale del 1946, tutti i paesi europei si lanciarono, nei primi mesi del 1947, in una sconsiderata corsa all’importazione di beni capitali provenienti appunto dall’America. Tutta l’Europa si era imbarcata in ambiziosi progetti di modernizzazione produttiva, al fine di migliorare i suoi livelli di competitività di fronte all’entrata in vigore del nuovo ordine economico internazionale. Il problema era rappresentato dal fatto che, siccome tali importazioni erano molto superiori alla capacità di pagamento dei paesi europei, l’elevata domanda europea si sarebbe dovuta adeguare, magari prontamente e bruscamente. L’incertezza che questa situazione determinò per l’economia nordamericana, evocando la tanto temuta recessione postbellica (come successe nel 1920), costituì la causa del piano di aiuti. Washington sentì l’imperiosa necessità di cercare delle soluzioni per conservare l’eccezionale livello delle esportazioni e, di conseguenza, delle attività e dell’occupazione, che l’economia americana aveva conseguito grazie alla guerra.
Il Piano Marshall
Tra l’aprile del 1948 e il giugno del 1951 il governo americano fornì ai paesi dell’Europa occidentale, con l’eccezione della Spagna (la quale li sollecitò e non li ottenne) e della Finlandia (che non li sollecitò), aiuti per un importo di circa 13.000 milioni di dollari dell’epoca. Tali aiuti costituirono l’essenza dell’Erp, European Recovery Program, che conosciamo meglio come “Piano Marshall” in omaggio a chi fece conoscere il progetto nella sua forma embrionale, l’allora segretario di Stato, il generale George Marshall, in un discorso ad Harvard il 5 giugno del 1947. I paesi maggiormente beneficiati furono alcuni di quelli piccoli, come la Grecia, l’Austria e l’Olanda. Il resto dei paesi (grandi e piccoli) ottenne delle risorse corrispondenti circa a una proporzione che variava tra il 5 e il 10% del loro prodotto interno lordo del 1950. Tra questi ultimi emerge solo l’Irlanda, malgrado la sua neutralità e il Portogallo e la Svezia, proprio per il fatto di essere stati neutrali. Il Piano Marshall aveva come obiettivo quello di finanziare, per un massimo di quattro anni, le importazioni di cui l’Europa sembrava avesse necessità e che eccedevano la sua capacità di pagamento. In cambio, l’Europa si impegnava, una volta realizzato il suo recupero postbellico, a iniziare senza esitazione il processo di liberalizzazione commerciale, al quale l’obbligava l’accordo raggiunto nel 1944 a Bretton Woods.
Le azioni economiche degli Usa
Allo scopo di un rapido rafforzamento economico regionale, il governo nordamericano non solo finanziò l’esportazione di beni verso l’Europa occidentale, ma realizzò due azioni decisive per il futuro economico dell’Europa nel suo insieme. In primo luogo, eliminò il plafond produttivo imposto alla Germania dopo la guerra. Questa misura facilitò la normalizzazione produttiva di tutta l’industria europea occidentale, storicamente molto dipendente dalla esportazioni tedesche, ma comportò la divisione della Germania e, quindi, del continente europeo. In secondo luogo, permise ai governi europei di approntare con carattere transitorio sistemi preferenziali per fortificare il commercio intereuropeo. La discriminazione verso i paesi terzi era temporanea e sarebbe terminata con il Piano Marshall. Se avesse funzionato nel suo disegno originale, il risultato del Piano Marshall sarebbe stato un’Europa pienamente rispettosa del sistema di Bretton Woods o, il che fa lo stesso, della decisa apertura dei mercati europei alla competizione dei produttori più efficienti del mondo: quelli originari dell’area del dollaro. Il risultato, invece, non stava nel copione originale. Gli europei finanziarono ancor più generosamente quelle politiche di ricostruzione, che ciascuno di loro aveva concepito, a suo tempo, per consenso, impedendo che gli americani le modificassero, anche se di un minimo. Inoltre, essi escogitarono il modo per mantenere la discriminazione verso il resto del mondo, oltre l’orizzonte del Piano Marshall, di fatto fino ai giorni nostri.
SIMONE RICCI