Le unità di analisi

Scritto da: Ferdinando Merisi - Categoria: Storia

Pollard e la regione economica

A partire dagli anni Settanta, un numero crescente di storici esprimeva insoddisfazione nei confronti di sequenze di tipo deterministico, di modelli di interpretazione univoci e lineari. Cresceva dunque l’esigenza di una più larga ed approfondita comparazione delle caratteristiche peculiari di ciascun caso. Si poneva però il problema dell’unità di base dell’analisi e del confronto. Se l’unità di analisi comunemente assunta dagli storici era stata quella nazionale, sia perché consentiva l’utilizzo di cifre raccolte da autorità centrali, sia per il ruolo giocato dagli stati, altri cominciarono a proporre unità differenti: regioni caratterizzate da diversi gradi di omogeneità di interessi e condizioni socio-economiche e non necessariamente coincidenti con un’unità politico-amministrativa. Capofila di questa revisione di approccio è stato Sidney Pollard, il quale, attraverso l’opera “The peaceful conquest”, mostrò come la nozione di decollo si dovesse correttamente applicare alla dimensione regionale e non a quella nazionale e come ciò valesse per la stessa Gran Bretagna, favorita nella rivoluzione industriale dalla simultaneità del decollo di numerose sue regioni. Ciò comportava un divario di condizioni anche accentuato (dualismo) tra diverse regioni o aggregati territoriali dello stesso paese. Proprio nell’analisi delle fasi originarie del processo di industrializzazione, ma anche dopo, la dimensione nazionale risulta scarsamente utile in quanto “annega” gli apporti delle aree più dinamiche nell’uniformità degli aggregati nazionali.

 

La visione di Pollard

Secondo Pollard, l’industrializzazione europea si realizza in ogni nazione su base regionale, e una possibile tipologia interpretativa regionale può fornire più informazioni di quanto si evince da più ampi aggregati nazionali. Pollard ha offerto numerosi spunti per una reinterpretazione a livello regionale del processo di industrializzazione, per una valorizzazione delle interdipendenze e dei rapporti funzionali; va tuttavia notato come la dimensione regionale debba essere considerata in complementarità e non in competizione con quella nazionale e internazionale. È su quest’ultima dimensione che si colloca l’altro fondamentale apporto di Pollard alla discussione sulle modalità di realizzazione della rivoluzione industriale. Per Gerschenkron il contesto internazionale faceva da sfondo all’azione del paese ritardatario, mentre per Pollard gli sviluppi dell’economia internazionale interferiscono sulle decisioni dei singoli paesi orientandone gli effetti in senso positivo o negativo. Si tratta del concetto di differenziale della contemporaneità, di cui è un esempio tipico la costruzione delle ferrovie con il diverso ruolo da esse assunto nelle economie dei vari paesi in rapporto alle condizioni del momento sul piano internazionale. Il concetto si può applicare a vari altri fattori di interferenza: uno dei più importanti furono le guerre e segnatamente la prima guerra mondiale, la quale incise direttamente, in un senso o nell’altro, sui processi di sviluppo di molti paesi europei.

 

La Path dependence

Sugli sviluppi di queste discussioni la storia economica ha proseguito nella ricerca di percorsi e concettualizzazioni originali in rapporto non più soltanto con la teoria economica, ma anche con vari altri domini scientifici. Tra i concetti più significativi vi è quello di path dependence, elaborato soprattutto da Paul David, per il quale la spiegazione dei mutamenti tecnologici ed istituzionali non va ricercata in leggi economiche di portata universale, ma nel percorso storico del processo in questione, per cui catene di eventi, anche casuali, finiscono col precludere alternative inizialmente possibili e col delimitare il campo delle scelte alla configurazione che si è venuta a determinare. Una ulteriore conferma, insomma, del fatto che il cammino seguito dai first comers non può essere imitato in maniera pedissequa da chi si pone sulla via dello sviluppo. Già l’analisi di Gerschenkron aveva messo l’accento sul ruolo dello Stato, quale agente sostitutivo nei processi di sviluppo dei paesi cosiddetti “ritardatari”; nell’analisi delle dinamiche dello sviluppo, la storia economica ha dedicato crescente attenzione al ruolo delle istituzioni, ossia agli elementi regolatori della cooperazione/competizione economica di gruppi ed individui. La competizione tra le diverse aree, infatti, non è avvenuta soltanto sul piano delle tecnologie e dei metodi di produzione, ma anche sui sistemi di regole, sulla loro capacità di promuovere o assecondare lo sviluppo abbassando i costi di transazione e rendendo l’economia più efficiente. Douglas North è lo studioso che con maggiore incisività ha teorizzato il mutamento economico come risultato di un cambiamento istituzionale intonato alle esigenze delle attività produttive. Egli ha sostenuto, ad esempio, che anche nel paese paladino del laissez faire, la Gran Bretagna, il ruolo del potere pubblico nella creazione di un efficiente mercato nazionale e nello svecchiamento delle istituzioni fu fondamentale. Secondo North fu il miglioramento nella definizione ed applicazione dei diritti di proprietà a favorire l’organizzazione di fabbrica che spinse all’adozione di nuove tecnologie e alla specializzazione del lavoro. Per converso, una delle motivazioni addotte per spiegare il declino inglese del tardo Ottocento è stata la sopraggiunta incapacità dello stato a interpretare le necessità del mercato e del mondo imprenditoriale. Questa teoria ha prodotto vari sviluppi nell’approfondimento dei rapporti tra istituzioni e sviluppo economico, anche in relazione alle istituzioni intermedie in antichi e più recenti processi di sviluppo localizzato.

 

 

 

SIMONE RICCI

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