La grande austerity

Scritto da: Ferdinando Merisi - Categoria: Storia

Introduzione

2 dicembre 1973: è questa la data che rappresenta il punto di inizio della prima domenica di austerity per gli italiani (già da allora si utilizzò il termine anglosassone, in quanto il nostro “austerità” suonava come troppo autarchico). Tutti a piedi o in bicicletta per decreto, e tutto a seguito della devastante crisi petrolifera internazionale che si era scatenata proprio nel corso di quell’anno. In realtà, si trattò del primo grande trauma economico dell’Occidente dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

 

Lo scoppio della crisi

Segnali che il boom e il conseguente miracolo economico degli anni Sessanta fossero ormai da archiviare non erano certo mancati. All’estero ve ne fu un esempio importante: in effetti, si era potuto assistere alla fine di un’espansione economica che si immaginava inarrestabile e che durava dal 1950, all’impoverimento dei giacimenti di greggio statunitense, all’aumento del prezzo del petrolio dopo che la guerra dei sei giorni fra Egitto e Israele (1967) aveva reso impraticabile il canale di Sue, alla fine della convertibilità del dollaro in oro. Ma i segnali si avvertirono anche in Italia: le tensioni sociali del cosiddetto “autunno caldo” del 1969 (un’ondata di scioperi nella grande industria), l’aumento dell’inflazione per la rincorsa fra prezzi e salari, il debito pubblico che iniziava una corsa che sarebbe diventata travolgente, la frenata della produzione industriale per il calo della domanda di beni, lo spettro della stagflazione (un micidiale mix di stagnazione economica e prezzi galoppanti). Il riparo dell’Italia fu comunque peggiore del male. Infatti, si tentò di svalutare la lira, allo scopo di compensare gli aumenti dei salari (il cui potere di acquisto quindi scese) e di rendere appetibile la nostra valuta sui mercati monetari internazionali. Già all’inizio del 1973 l’allora presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, aveva deciso l’uscita dell’Italia dal cosiddetto “serpente monetario europeo”, vale a dire un sistema che limitava le fluttuazioni dei cambi valutari della Comunità europea rispetto al dollaro, provocando una svalutazione della lira del 15% in un solo anno. In questo contesto, la crisi petrolifera piombò come un macigno.

 

La ritorsione araba

Il 15 ottobre 1973, i membri arabi dell’Opec (l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) annunciarono la sospensione delle forniture di greggio agli Stati Uniti. Il prezzo di un barile di petrolio schizzò da 3 a 12 dollari: la ritorsione araba fu dovuta principalmente allo scoppio della cosiddetta “Guerra del Kippur”. La crisi petrolifera non segnalava solamente un mutamento profondo nei rapporti internazionali, ma richiamava anche l’attenzione sulla crescente scarsità di una risorsa naturale destinata a esaurirsi.

Lo sconvolgimento colpì direttamente la vita quotidiana degli abitanti di mezzo mondo: compresa quella dei 971 automobilisti e motociclisti italiani che quel 2 dicembre furono multati per aver circolato nel primo giorno di blocco totale del traffico. Lo stop al traffico veicolare nei giorni festivi fu comunque solo uno dei provvedimenti messi in campo per far fronte alla penuria di benzina e il caro-energia. Nell’inverno 1973-1974 i cinema chiusero alle 23, mentre le strade rimasero immerse nella semioscurità dopo le 21. Per risparmiare, poi, alcune aziende istituirono le ferie petrolifere e per contenere il consumo di carburanti fu deciso un aumento del prezzo alla pompa. Le conseguenze furono immediate: le attività di molte aziende furono sospese o ridotte, costringendo migliaia di operai alla cassa integrazione. L’aumento della benzina, inoltre, fece saltare il controllo dei prezzi, innescando la paura di altri aumenti; l’accaparramento di zucchero e pasta divenne un fenomeno diffusissimo. Si cominciò anche a parlare sui giornali di un possibile razionamento dei generi di prima necessità, ipotizzando un tetto di 60-70 litri di benzina al mese per ogni automezzo.

 

Riscoperte inattese

Ma c’è anche da dire che la crisi petrolifera fu anche l’occasione per scoprire nuovi eventi: visto che il miracolo economico sembrava ormai lontanissimo nel tempo, si recuperarono abitudini dell’Italia rurale e presero il via le prime “feste ecologiche”. Qualcuno però si interrogò sul significato di questa crisi. Il più famoso quotidiano nazionale titolava infatti: “Come è potuto accadere che una costruzione colossale come quella della società opulenta sia stata eretta su fondamenta tanto gracili e senza ricambio?” Il restringersi delle prospettive di sviluppo acuì, e di molto, i conflitti sociali. In aprile, passata l’emergenza invernale, si passò alle targhe alterne. L’idea, come quella del controllo del consumo dei prezzi del carburante e del razionamento, veniva direttamente dell’America: ma in Italia la soluzione delle targhe alterne non servì praticamente a nulla, in quanto ormai molti italiani possedevano due automobili. L’austerity venne archiviata con l’estate, quando la domanda di gasolio, nafta e cherosene per riscaldamento cominciò a diminuire. La crisi petrolifera, comunque, continuò tra altri e bassi fino alla fine degli anni Ottanta: solo allora il prezzo del petrolio tornò ai livelli del 1973, grazie alla scoperta di nuovi giacimenti e all’apertura degli oleodotti russi dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Ma qualcosa di positivo rimase: finalmente in tutto il mondo si era parlato davvero di energie alternative e di riduzione degli sprechi.

 

 

 

SIMONE RICCI

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