Istituzioni pubbliche e industrializzazione
Introduzione
La crescita economica del XIX secolo, pur basandosi in gran parte sullo spirito d’iniziativa dei singoli individui, ebbe tra i suoi attori anche lo stato e le collettività locali. Paesi a forte autonomia locale, come ad esempio la Gran Bretagna o gli Stati Uniti, si affidarono maggiormente allo spirito d’intrapresa; i grandi paesi dove da tempo si erano sviluppati più potenti apparati statali, come la Francia o la Prussia, videro lo Stato intervenire in maniera più articolata; le nazioni che invece cominciarono più tardi il loro sviluppo, quali la Russia zarista (o il Giappone) ebbero nello stato un essenziale agente sostitutivo alla debolezza della borghesia e alla scarsità dei capitali.
Le istituzioni pubbliche nel XIX secolo
In generale, le concezioni ortodosse del bilancio tendevano a limitare le spese dello Stato. Nelle politiche fiscali si fece maggiormente ricorso alle imposte indirette, le quali toccavano i consumi, che alle imposte dirette. Le imposte sul reddito furono eccezioni e la loro incidenza rimane bassa; i diritti di successione non intaccarono i patrimoni e poterono così costituirsi e passare in eredità grandi fortune aumentando le disuguaglianze sociali. Poiché la propensione marginale al risparmio aumenta col reddito, la struttura fiscale incoraggiò gli investimenti e ridusse le spese di consumo, colpite dalle imposte indirette. Attraverso la legislazione lo stato influì in vario modo, sia nel promuovere la libera impresa, eliminando antiche restrizioni (corporazioni e pedaggi) e proteggendo le invenzioni con un sistema di brevetti, sia controllando le frodi, regolamentando le banche e le ferrovie, limitando gli effetti nocivi o, specie dopo il 1880, attraverso la legislazione sociale. Talvolta lo stato intervenne in aiuto ad industrie in difficoltà (Napoleone III dopo il trattato del 1860) o si fece esso stesso imprenditore (Régie des tabacs in Francia dopo il 1811). I lavori di urbanizzazione intrapresi dalle municipalità contribuirono in maniera crescente alla formazione del capitale fisso (acquedotti, viabilità, rete fognaria, trasporti e illuminazione). Alla fine del XIX secolo alcune città municipalizzarono la distribuzione di gas, di elettricità e i trasporti urbani. Il contributo più importante dei pubblici poteri allo sviluppo fu senz’altro nel campo dell’istruzione e dell’educazione, ossia della formazione del capitale umano.
Educazione e sviluppo
A partire dagli anni Sessanta del XIX secolo l’idea di crescita e successivamente di sviluppo economico ha implicato una forte rilevanza dell’innovazione tecnologica che richiedeva investimenti tecnici e culturali. L’industrializzazione doveva dunque accompagnarsi sia alla creazione di un sistema scolastico di base che di scuole di specializzazione di livello superiore. Il movimento fu più o meno precoce a seconda dei vari paesi.
Educazione e declino
La vicenda inglese propone un modello di relazione fra educazione e sviluppo in cui la mancanza della prima porta a una perdita di posizioni economiche acquisite. Pare, in particolare, che una struttura sociale avversa a ideali di investimento e di attiva partecipazione alla cultura industriale inibisse lo sviluppo proprio attraverso scelte educative sbagliate. L’educazione è stata esaminata nei suoi aspetti più qualitativi. Mentre la preparazione tecnico-scientifica di tipo ingegneristico veniva tralasciata, la preparazione umanistica trovava nuovo splendore in università come Oxford e Cambridge. Il problema dell’Inghilterra non sarebbe stato quindi la quantità di educazione, ma il tipo di educazione ricevuto soprattutto dalle classi alte. Una visione qualitativa del fenomeno dell’industrializzazione europea ha dato sempre più peso ai concetti di capitale umano e di capitale sociale. Tra i fondamentali fattori di sviluppo vi sarebbero state dunque la formazione e la riproduzione di conoscenze/competenze non solo specifiche, ma ad alto valore innovativo. La scuola, quale istituzione preposta all’educazione, va considerata all’interno di un più vasto insieme di attori: famiglie, comunità, associazioni, pratiche e valori sociali. All’interno di modelli regionali di sviluppo, ad esempio, capacità e conoscenze si formano e si diffondono secondo delle pratiche informali e trovano spesso forme non codificate di trasmissione. Se ne deduce allora che il discorso sull’educazione non riguarda solo il tasso di alfabetizzazione.
SIMONE RICCI




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Data: 04 marzo 2010



