Imprenditori e imprese durante l’industrializzazione

Scritto da: Ferdinando Merisi - Categoria: Prestiti, Storia

Introduzione

Il vero e proprio motore del sistema capitalistico è l’imprenditore, cioè l’individuo o gli individui associati tra loro in possesso dei mezzi di produzione – macchine e fabbriche (capitale fisso), materie prime, stock, risorse finanziarie (capitale circolante) – in grado di realizzare dei prodotti. È l’imprenditore che organizza la produzione, che prende la decisione di investire per innovare una tecnologia, un prodotto o una modalità organizzativa della produzione. Se non dispone di risorse finanziarie sufficienti può ricorrere a prestiti per acquistare le attrezzature necessarie. Egli assume gli operai e i capireparto come salariati e vende i prodotti sotto la sua responsabilità. Nel far ciò si assume un rischio (rischio d’impresa) perché non può controllare il mercato: il profitto remunera l’imprenditore per il ruolo attivo svolto nel processo produttivo analogamente a quanto avviene per il salario, comprendendo anche l’interesse sui capitali propri investiti nel processo produttivo e il premio per il rischio economico connesso alla gestione dell’impresa. Reinvestito nell’impresa, il profitto ne consente lo sviluppo e l’accumulazione di capitale, fonte di crescita e di ulteriori profitti.

 

Le imprese nel XIX secolo

Sulle origini dei capitali impiegati dagli imprenditori si è lungamente discusso. Durante la fase di avvio dell’industrializzazione lo sviluppo delle imprese industriali si è realizzato più col ricorso all’autofinanziamento che al mercato di capitali. L’imprenditore di questo periodo si proponeva di conseguire il più alto rendimento possibile dei capitali impegnati più che di realizzare un determinato volume di produzione. Un universo di piccole unità autonome, incapaci di esercitare un’influenza decisiva sui prezzi, concorrevano tra loro (concorrenza perfetta). Nel corso del XIX secolo, tuttavia, comparvero a poco a poco imprese di grandi dimensioni che tendevano a conquistare posizioni dominanti, potendo imporre facilmente le loro decisioni (concorrenza imperfetta). Fino agli Sessanta dell’800, la maggior parte della produzione industriale proveniva da imprese di piccole o medie dimensioni, il cui capitale apparteneva ad un individuo solo o con qualche partner. In quest’ultimo caso, si trattava di una società di persone (società in nome collettivo) caratterizzata dalla responsabilità solidale e illimitata dei soci. Gli imprenditore potevano essere commercianti o mercanti-imprenditori, divenuti poi imprenditori a tutti gli effetti con il passaggio dalla produzione a domicilio al sistema di fabbrica. Oppure artigiani che avevano beneficiato di rilevanti profitti nella loro attività di bottega. O, ancora, inventori che, dotati di senso degli affari, avviarono un’attività produttiva per loro conto allo scopo di realizzare i loro brevetti. Il loro successo dipese, oltre che dalla fortuna, dalla loro intraprendenza, dalla capacità di adeguarsi ai mutamenti del mercato, dal tasso di reinvestimento dei profitti.

Alle nuove imprese che nascevano faceva da pendant una mortalità aziendale molto elevata; numerosi imprenditori di successo attraversarono momenti assai duri dovendoli fronteggiare con i mezzi più disparati.

 

Le strategie imprenditoriali

Il connubio famiglia-impresa rimane una costante del XIX secolo. Ma le imprese familiari, seppur in schiacciante preponderanza numerica, non potevano finanziare gli investimenti richiesti dalle nuove tecnologie e dalla crescita dimensionale. A poco a poco cominciarono così a diffondersi le società anonime per azioni, un tipo di società che dall’ultimo terzo dell’800 assunse un’importanza sempre maggiore. Gli inizi furono ostacolati dalle carenze e dalle restrizioni imposte dalle leggi. Poiché gli azionisti erano responsabili solo per le somme che avevano sottoscritto e non per tutti i loro beni, gli Stati esigevano un’autorizzazione di tipo amministrativo per la loro costituzione. Nel 1856 il parlamento inglese accolse il principio della società a responsabilità limitata; Napoleone III seguì l’esempio nel 1863, mentre Gewerbefreiheit entrò nel diritto tedesco nel 1870. Nelle aree più avanzate dell’Italia settentrionale si risentì dapprima dei vincoli amministrativi posti allo sviluppo delle società azionarie di piccole dimensioni, quindi dalle inadeguatezze della legislazione dello stato unitario. Dopo le prime timide riduzioni dei vincolismi intorno agli anni Settanta, i nodi vennero sciolti dal nuovo codice di commercio, il cosiddetto Codice Mancini del 1882. Nonostante una parte crescente della capitalizzazione provenisse dalle azioni negoziate in borsa, l’autofinanziamento continuò a giocare un ruolo superiore a quello del mercato finanziario.

 

Le concentrazioni industriali

Parallelamente allo sviluppo delle società per azioni si rafforzarono le concentrazioni industriali. Con l’affermazione di nuovi settori una parte crescente della produzione dipendeva da un ristretto numero di imprese, che in taluni settori ad alta concentrazione di capitali, diminuiva in rapporto alla rapida ascesa del volume d’affari. Il fenomeno della crescita dimensionale per realizzare sempre maggiori economie di scala riguardò anche i settori tradizionali, come dimostravano le gigantesche filature di cotone presenti nel Lancashire già attorno al 1860 o i grandi complessi lanieri attivi nello stesso periodo in Belgio e altre zone industriali europee. Le enormi concentrazioni del periodo 1898-1906 sconvolsero il mondo economico e di qui si rese necessaria la legislazione antitrust (legge Sherman del 1890), resa peraltro poco efficace a causa della giurisprudenza dei tribunali. Due atteggiamenti continuarono a essere in contrasto: quello relativo alla regolamentazione dei monopoli da parte del governo e quello che puntava al ripristino della concorrenza.

 

 

 

 

SIMONE RICCI

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