Il nuovo modello demografico dell’800

Scritto da: Ferdinando Merisi - Categoria: Storia

Introduzione

Perni della nuova demografia europea sviluppatasi a partire dalla rivoluzione industriale furono la caduta della mortalità e la contrazione del tasso di natalità. Il regime a fecondità media e alta mortalità che aveva caratterizzato lo sviluppo demografico dell’Europa pre-industriale fu dunque sostituito da un regime caratterizzato dalla drastica riduzione di entrambi i parametri. Sul breve periodo si produsse comunque una crescita impetuosa, dovuta al calo della mortalità più che all’aumento della fecondità. In una seconda fase, la fertilità declinò in misura vistosa e il successivo aumento della popolazione non dipese dal maggior numero di nascite, ma essenzialmente dal crescente allungamento della vita. Il complesso di fenomeni mette in relazione variabili demografiche, indicatori economici e contesto sociale.

 

L’evolversi del nuovo modello

Le componenti del saldo demografico, mortalità e natalità, mutarono strutturalmente. In primo luogo, andarono sempre più scomparendo le grandi crisi di mortalità caratteristiche del periodo pre-industriale per effetto combinato di due elementi: la scomparsa delle grandi epidemie e la diminuzione dei cicli di carestia, i quali in precedenza avevano contraddistinto l’andamento della produzione agricola. Le difese immunitarie degli organismi umani aumentarono grazie all’effetto combinato dei miglioramenti alimentari e di quelli igienici. L’igiene pubblica infatti fece notevoli progressi con i lavori di risanamento e modernizzazione urbana, cui si cominciavano ad applicare le nuove tecnologie industriali, lavori che ridussero la presenza di fattori nocivi alla salute nelle città (sistemazione e ammodernamenti delle fognature, eliminazione delle cloache, ampliamento delle strade…). Le epidemie facevano meno vittime e diventavano meno frequenti, anche se non sparirono del tutto né rapidamente, come dimostrò il colera europeo degli anni Trenta.

 

I cambiamenti del XIX secolo

Il XIX secolo segnò un cambiamento fondamentale: né la fecondità, né la mortalità delle popolazioni europee dipendevano più dalle disponibilità alimentari. Tra popolazione e risorse il feedback divenne positivo. Nell’Inghilterra tra ‘700 e ‘800 l’aumento della popolazione accelerò l’ammodernamento dei modi di produzione agricola, che avrebbe permesso di soddisfare la domanda aggiuntiva di risorse. Incremento demografico e innovazioni tecnologiche andarono di pari passo; la rivoluzione agricola già avviata con rotazioni più efficienti, allevamento e concimi, fece fare un balzo alla redditività della terra permettendo di produrre di più con un minor numero di addetti. Si riuscì così sia a soddisfare i nuovi bisogni sia, dato l’incremento della produttività, a liberare una certa quota di lavoratori agricoli a vantaggio delle attività industriali e commerciali urbane. Rivoluzione agricola e rivoluzione industriale consentirono di migliorare in quantità e qualità l’alimentazione. La rivoluzione dei trasporti e il progressivo allargamento dei mercati ruppero l’isolamento di molti territori e limitarono gli effetti delle crisi di sussistenza; le cadute produttive potevano essere compensate dalle importazioni.

In conseguenza al miglioramento delle diete, dell’igiene, dei sistemi terapeutico-sanitari, la vita si allungava, la speranza di vita alla nascita aumentava. L’accresciuta consistenza numerica delle fasce centrali della popolazione, quelle che detenevano il potenziale produttivo, si riflesse sul tasso di fecondità generale, provocandone un ulteriore incremento. Un altro importante elemento riguardava la distribuzione sociale della mortalità. La disparità di fronte alla morte è evidente se si confrontano le classi sociali e le categorie professionali. Le aspettative di vita variavano vistosamente a seconda del mestiere esercitato o dello status di appartenenza. Il fenomeno colpì pesantemente proprio le città delle regioni industriali più avanzate: a metà ‘800 la probabilità di vita degli inglesi erano arrivate mediamente intorno ai quarant’anni, ma in alcuni quartieri poveri di Manchester restavano ferme a venti. La malnutrizione, la mancanza di igiene nelle abitazioni o nei luoghi di lavoro, la mancanza di cure diminuivano la resistenza fisica dei ceti popolari, soprattutto dei lavoratori urbani, ma anche di quelli agricoli, esponendoli maggiormente alle calamità che, seppur meno devastanti, ancora infierirono per una parte del secolo. Nel medio periodo, però, la tendenza andò comunque verso un abbassamento progressivo e generale dei tassi di natalità. Il fenomeno, registrato in Francia dall’inizio dell’800, si manifestò precocemente anche negli Usa ed investì verso la fine del secolo tutta l’Europa occidentale e nord-occidentale, estendendosi infine nel corso dell ‘800 all’Europa orientale e meridionale. In definitiva, il caso europeo mostra diversi meccanismi demografici in azione all’interno di aree anche geograficamente adiacenti. Nella seconda metà dell ‘800, i paesi avanzati videro diffondersi, vincendo resistenze culturali e religiose, la pianificazione della famiglia e il controllo delle nascite, che indebolirono progressivamente la tradizionale, stretta correlazione tra matrimonio e fertilità. Il numero dei figli venne sempre più messo in rapporto con il problema dei consumi e dello status sociale. Solo con la Prima Guerra Mondiale e l’istruzione impartita a contadini ed operai sull’uso degli anticoncezionali, il controllo delle nascite divenne familiare anche alle classi popolari. In conclusione, il modello demografico occidentale, seppure in presenza di resistenze religiose, si è mostrato capace di migliorare il rapporto tra sviluppo economico e sviluppo della popolazione, contenendo le nascite in modo non traumatico attraverso delle scelte consapevoli da parte degli individui e delle famiglie.

 

 

 

SIMONE RICCI

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