Introduzione
Col termine “miracolo economico”, si è soliti parlare di un preciso periodo di sviluppo economico e finanziario che ha contraddistinto l’Italia nel secondo dopoguerra: per la precisione, il veloce sviluppo che ebbe luogo nel nostro paese tra il 1955 e il 1963 fu contrassegnato da elementi profondamente contraddittori, tanto da apparire ai più come uno sviluppo dalle due facce. In quegli anni, l’economia italiana fu in grado di conseguire simultaneamente tre obiettivi che il più delle volte risultano incompatibili: investimenti produttivi assai elevati, stabilità monetaria ed equilibrio nella bilancia dei pagamenti. Il paese realizzò così una rapida industrializzazione senza inflazione e senza disavanzi nei conti con l’estero. Il medesimo periodo fu però anche contrassegnato da gravi elementi negativi: un flusso crescente di emigrazioni, il cosiddetto “dualismo” della struttura industriale, la povertà del Mezzogiorno, la struttura squilibrata dei consumi privati, le carenze dei servizi pubblici, la congestione delle grandi città.
Le correnti di pensiero
Il problema interpretativo del miracolo economico italiano riguarda lo stabilire in che misura una politica economica più avveduta avrebbe potuto separare gli aspetti positivi da quelli negativi, realizzando uno sviluppo altrettanto veloce, ma libero da dualismi e distorsioni. Su questo punto esistono sostanzialmente tre correnti di pensiero. 1)La prima corrente attribuisce gli squilibri dell’economia italiana agli eccessi di combattività sindacale e agli aumenti troppo rapidi del costo del lavoro. Tali aumenti vengono a loro volta ricondotti alla crescita dei salari monetari e alla caduta della produttività conseguente ai miglioramenti ottenuti dai sindacati. In questa visione, l’aumento del costo del lavoro, andando a comprimere i profitti, ridurrebbe il risparmio disponibile; ciò provocherebbe una caduta degli investimenti e l’arresto dello sviluppo. 2)Una seconda corrente di pensiero attribuisce invece gli squilibri a un inadeguato controllo pubblico del processo di sviluppo. Se lo Stato, invece di consentire agli investitori di seguire liberamente le proprie valutazioni, avesse affiancato alla domanda privata una domanda pubblica inserita in uno schema di programmazione economica nazionale, le linee dello sviluppo avrebbero potuto essere assai meno squilibrate. 3)Infine, secondo una lettura proposta dall’economista Michele Salvati, il problema dell’economia italiana risiederebbe soprattutto nelle carenze della classe politica. In questa visione, i partiti della sinistra avrebbero troppo a lungo insistito in una politica di rivendicazioni a oltranza, ignorando i vincoli obiettivi, interni e internazionali, entro i quali l’economia italiana si muoveva. D’altro canto, una classe dirigente dotata di prospettive ridotte e attaccata al profitto immediato, sarebbe risultata incapace di effettuare quelle concessioni sul terreno sociale che altri paesi moderni avevano ormai realizzato da tempo.
Le esportazioni come fattore propulsivo
È una questione aperta se sia possibile individuare un fattore dominante al quale attribuire l’avvio del processo di rapido sviluppo degli anni Cinquanta. Su questo punto le opinioni sono ancora sostanzialmente divise. Un filone di pensiero, al quale si allineano numerosi studiosi stranieri che hanno analizzato il caso italiano, propende per individuare il fattore dominante dello sviluppo economico italiano nell’espansione veloce delle esportazioni, cosa questa che farebbe rientrare il caso italiano nel cosiddetto sviluppo guidato dalle esportazioni. Gli studi di Kregel e Grilli hanno invece messo in luce come l’andamento favorevole della bilancia dei pagamenti italiana fosse strettamente connesso all’andamento fortunato delle ragioni di scambio internazionali che dava all’economia italiana la possibilità di acquisire materie prime e semilavorati a costi reali decrescenti. Valerio Castronovo ha invece individuato il fattore propulsivo nella presenza simultanea di condizioni favorevoli, sotto forma di bassi salari, e quindi profitti elevati, ampie possibilità di autofinanziamento, bassa conflittualità operaia e un forte arretramento tecnologico, il quale consentì aumenti di produttività molto rapidi. La struttura della produzione italiana si trovava dunque forzata a seguire l’orientamento che le imprimeva la domanda proveniente dai paesi europei in fase di avanzata industrializzazione; anch’essa era costretta a fare largo spazio alla produzione di beni di consumo di massa o addirittura di lusso (beni che peraltro risultavano del tutto fuori fase rispetto ai livelli modesti del reddito italiano per abitante). La produzione dell’industria italiana andava in tal modo assumendo struttura e caratteri tipici di un’economia opulenta, quando ancora il livello modesto del reddito medio avrebbe giustificato una produzione orientata verso beni di consumo di più immediata necessità.
L’industria italiana
Mentre l’industria italiana faceva il suo ingresso nella produzione di massa di beni di consumo durevole, i settori industriali degli altri paesi europei passavano a produzioni ancora più avanzate; in questo modo, la modernizzazione dell’industria italiana serviva in buona sostanza soltanto a evitare che le distanze si accrescessero ulteriormente, mentre, nel quadro complessivo dell’industria mondiale, le produzioni italiane restavano concentrate nei settori a tecnologia relativamente semplice. L’apertura verso i mercati esteri diede luogo alla formazione di una struttura produttiva suddivisa in due gruppi di settori distinti, ciascuno dei quali presentava caratteristiche tecnologiche profondamente diverse: il primo settore era rappresentato dalle industrie attive nell’ambito delle esportazioni, mentre il secondo era rappresentato dalle attività produttive orientate in prevalenza verso il mercato interno.
SIMONE RICCI