Il federalismo fiscale

Scritto da: Ferdinando Merisi - Categoria: Storia

Introduzione

Carlo Cattaneo (1801-1869), patriota e filosofo, viene considerato a ragione il padre del federalismo su modello confederale. Secondo la sua teoria, salvo le grandi funzioni (difesa, moneta, commercio internazionale e politica estera) attribuite allo Stato, tutte le altre attività devono essere svolte e finanziate direttamente dai governi locali: il costo viene in questo caso sostenuto dai cittadini tramite le imposte locali. Se fosse comunque ancora in vita, avrebbe in orrore il dibattito attuale che si fa proprio sul federalismo, condotto soprattutto in chiave economica e contabile-fiscale. C’è da dire infatti che, anche se Cattaneo non tratta mai espressamente il federalismo da un punto di vista specificamente ed esclusivamente economico, la sua concezione sottintende anche una visione economica e fiscale.

 

Il federalismo fiscale

Si tratta in sostanza di una concezione molto semplice e lineare, quella per così dire del federalismo allo stato puro. In questo senso, ogni governo locale realizza un certo livello di servizi ed il suo costo viene a gravare, con le imposte locali, sui cittadini, i quali hanno in tal modo la possibilità di partecipare all’amministrazione e alla politica locale e di giudicarla. Questa impostazione presuppone l’accettazione di possibili disuguaglianze nei vari territori. Nella pratica, i principali stati federali non applicano il federalismo ed il federalismo fiscale nella loro forma pura, che Cattaneo sosteneva. In tutti i casi rilevanti (a partire dagli Stati Uniti sino alla Germania, l’Austria e il Canada) il governo federale distribuisce rilevanti fondi ai territori più deboli per assicurare almeno un minimo livello di uguaglianza dei cittadini a prescindere dalla loro residenza, attuando le cosiddette politiche di perequazione. Due punti però sono certi: 1)il federalismo è una concezione politico-democratica-istituzionale che non va confusa con il roboante e ingannevole concetto di federalismo fiscale; 2)non si può neppure parlare di federalismo fiscale quando gli enti locali non hanno significative entrate proprie (come accade in Italia) o quando significative voci di spesa sono sostanzialmente governate dal centro. Quello che si sta attuando in Italia non può essere definito né federalismo né federalismo fiscale: in realtà siamo semplicemente di fronte a una discussione sulla distribuzione tra entrate locali e centrali, come ce ne sono state tante nei 148 anni di unità nazionale.

 

La storia normativa

Forse il massimo grado di federalismo fiscale raggiunto dall’Italia è stato raggiunto sotto il regime fascista con il Testo Unico della Finanza Locale (1931), il quale ha posto le entrate fiscali locali e comunali su una solida base di autonomia, con l’imposta di famiglia, le imposte di consumo, le sovraimposte sui redditi fondiari e sul reddito generale.

Il centralismo fiscale assoluto è stato invece raggiunto nel corso degli anni Settanta con la riforma Visentini e con i decreti Stammati del 1977 che hanno abolito totalmente ogni autonomia fiscale locale. Ma torniamo a focalizzarci su Cattaneo. Fino all’ultimo, pur profondamente deluso e amareggiato, egli non desistette mai dal promuovere la sua visione civile e democratica e la sua richiesta di larghe forme di autonomia e di decentramento. Con la sua morte, la sua voce non si spense comunque. La consapevolezza che la soluzione centralistica era una forzatura per un paese così diversificato come l’Italia era presente a molti e, appena passata la fase acuta dell’avvio del nuovo stato, si ricominciò a parlare di autonomia e decentramento. Già nel 1866 era stata presentata in Parlamento una proposta di legge in chiave autonomista; nel 1868, Stefano Jacini aveva pubblicato il più importante progetto regionalista della storia dello Stato liberale (“La riforma dello stato e il problema regionale”); nel 1870, poi, lo stesso Jacini, insieme a Panza di San Martino, indice un grande incontro di uomini della Destra e della Sinistra favorevoli al decentramento. A partire dal 1878 furono i seguaci di Cattaneo, riuniti nella rivista “Repubblica”, a tenere desta l’idea federalista che il grosso della Sinistra al governo aveva totalmente abbandonato per schierarsi a favore del nuovo ordine “regio e unitario”. Cattaneo continua dunque a parlare sul tema delle autonomia negli scritti di Ghisleri, Colajanni, Saffi e Minghetti. Ma forse il pensiero più originale è quello di Gaetano Salvemini (1873-1957), politico antifascista: egli infatti, dopo aver fatto la conoscenza del pensiero di Cattaneo mentre insegnava al liceo di Lodi nel 1898, riuscì a fondere, in forma originale, il meridionalismo di Francesco Nitti, il liberalismo di Antonio De Viti De Marco e il federalismo dello stesso Cattaneo. Importante fu anche il contributo di Don Luigi Sturzo, fondatore della Dc, il quale si definiva “unitario, ma federalista impenitente”. Fondamentale fu, infine, il discorso pronunciato nel 1946 da Konrad Adenauer (cancelliere tedesco dal 1949 al 1963 e tra i padri fondatori dell’Unione Europea), un discorso che divenne immediatamente il suo manifesto politico: “Siamo anzitutto delle persone, dei cittadini europei e poi tedeschi. Mai più lo Stato-nazione, ma più lo Stato-etico. Ciò di cui abbiamo bisogno è di una Germania federale per un’Europa federale”.

 

 

 

SIMONE RICCI

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