Crescita e trasformazione dell’economia
Cicli, fluttuazioni
La crescita in economia non è mai stata del tutto lineare. Essa è stata anzi contraddistinta da variazioni momentanee o fluttuazioni riguardanti in genere brevi periodi, che costituiscono l’essenza della congiuntura senza che le strutture siano profondamente modificate. Sulle cause delle crisi e sui modi per evitarle sono state formulate innumerevoli teorie: e alla storia si è fatto continuo ricorso alla ricerca di regolarità empiriche nella durata che permettessero di prevedere l’andamento futuro. Una notevole influenza in materia è stata esercitata da Joseph Schumpeter che, nel suo Business cycles del 1939, aveva sottoposto a verifica empirica l’esistenza di tre cicli principali. Vediamoli insieme. 1)Il ciclo massimo o maggiore o “ciclo Juglar” (dal nome dell’economista francese che per primo, nel 1860, ha analizzato la nozione stessa del ciclo): esso ha durata compresa fra i sette e gli undici anni ed è stato successivamente ripartito nelle quattro fasi di recessione, depressione, ripresa e boom (a metà di questo ciclo scoppiano in genere le classiche crisi di sovrapproduzione). 2)Il ciclo minore o “ciclo Kitchin” (dal nome dello statunitense che l’ha scoperto nel 1923): è un ciclo congiunturale che mostra un andamento sostanzialmente simile a quello delle scorte di prodotti finiti tenute dagli operatori. 3)I movimenti di lungo periodo Kondratieff o “onde lunghe”: esse sono state individuate dal russo Nikolai Kondratieff nel 1922 e durano 45-50 anni, essendo caratterizzate da due fasi all’incirca della stessa lunghezza, una ascendente e una discendente. Secondo Schumpeter, l’andamento ciclico costituisce l’essenza stessa del processo di sviluppo capitalistico: la sua spiegazione delle fluttuazioni ha un carattere fortemente dinamico. Egli sottolinea che “lo sviluppo generato dal sistema economico è per sua natura ciclico, visto che il progresso rende instabile il mondo economico”. Le fluttuazioni sono dunque la conseguenza necessaria della rottura dell’equilibrio stazionario e rappresentano la forma che lo sviluppo assume nell’era del capitalismo.
L’attività innovativa
Sempre secondo Schumepeter, nello sviluppo è determinante l’attività innovativa. Nell’analizzarla, egli si discosta dalla scuola classica, distinguendo invenzioni e innovazioni: le prime procedono in modo autonomo, hanno spesso una genesi scientifica e costituiscono un elemento senza importanza per l’analisi economica, mentre le seconde si sviluppano in modo endogeno rispetto al sistema economico, in risposta a determinati bisogni e danno vita a nuove combinazioni dei fattori produttivi, rendendo economicamente sfruttabili i risultati delle invenzioni. Le innovazioni scaturiscono dall’iniziativa degli imprenditori “innovatori”, il vero e proprio motore del processo di sviluppo, non solo introducendo nuovi prodotti e nuovi processi, ma anche apportando miglioramenti all’organizzazione d’impresa, conquistando nuovi mercati e raggiungendo nuove fonti di approvvigionamento delle materie prime.
Le questioni della crescita economica
Le innovazioni raramente rimangono isolate o si distribuiscono uniformemente nel tempo: esse tendono ad affollarsi in grappoli, e a concentrarsi in settori specifici, come nel caso dei miglioramenti dell’industria tessile ai tempi della rivoluzione industriale inglese. Questo per via delle sollecitazioni messe in moto dalla prima innovazione e dei processi di imitazione attuati dalle altre imprese; da qui deriva la natura ciclica e fluttuante del processo di crescita capitalistica. Le questioni della crescita e sviluppo economico ritornarono di attualità nel secondo dopoguerra, ma con obiettivi differenti da quelli contemplati dalla teoria classica. Questa, infatti, nell’affrontare le questioni del progresso materiale (stato progressivo) era interessata ai problemi del mondo occidentale e del sistema capitalistico, mentre ora l’attenzione era rivolta principalmente al problema urgente dello sviluppo economico dei paesi sottosviluppati. La nozione di sviluppo venne dunque a precisarsi soprattutto grazie al suo opposto: il sottosviluppo. La domanda che economisti, storici, opinionisti si posero era in che modo i paesi ricchi e caratterizzati da un alto tenore di vita fossero usciti in passato dal loro sottosviluppo. Riprese dunque vigore la riflessione sugli stadi dello sviluppo e il riferimento paradigmatico fu alla Gran Bretagna, agevolato dal fatto che nel corso della prima metà del Novecento l’industrializzazione europea era stata studiata secondo un modello diffusivo del caso inglese. Nonostante gli studi sulle più importanti esperienze continentali (Belgio, Francia e Germania), l’industrializzazione europea venne generalmente rappresentata come il risultato del cammino di sviluppo dei followers nei confronti del first mover. L’Europa continentale non veniva quindi che a confermare il successo della formula inglese: i followers impiegavano semplicemente le nuove tecnologie disponibili importandole. Questo schema interpretativo è stato sottoposto a numerosi rilievi e critiche, in quanto si è sottolineata soprattutto l’esistenza di un processo creativo nell’adozione delle tecnologie e l’ambiguità dei momenti precisi identificati per le economie continentali per quel che riguarda il periodo preciso in cui esse avrebbero cominciato a seguire il modello britannico.
SIMONE RICCI




Tag:
Data: 25 febbraio 2010



