Ripatrimonializzazione delle banche

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Scritto da: Antonio Tirm - Categoria: News, Prestiti

L’ economia e la politica si interrogano sulle azioni da intraprendere per quanto riguarda la possibile soluzione inerente uno sviluppo dell’ economia ma soprattutto dell ‘occupazione che tarda comuqnue ad arrivare. Una delle proposte che porterebbero sicuramente forti ripercussioni è quella che prevede un azzeramento delle tasse su  capital gains derivanti dagli investimenti nelle pmi italiane.Tale tipo di iniziative comporterebbe sicuramente  un certo tipo di sollievo per quanto riguarda le piccole e medie imprese italiane , sovraccariche di debiti, che consentirebbe di alleggerire le sofferenze delle banche e nel contempo attrarre nuovi capitali stranieri, in special modo quelli de fondi sovrani. L’idea sembra che sarebbe stata già sottoposta all’attenzione del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che la starebbe valutando con grande attenzione per almeno due ordini di motivi. Innanzitutto come noto, in questo momento i ministero di Via XX Settembre sta mettendo a punto i capisaldi della prossima riforma fiscale che ha a suo centro proprio un alleggerimento della pressione fiscale (l’Ires in particolare) sugli istituti creditizi e una revisione della tassazione del capital gains con la possibilità che l’ aliquota salga dal 12,5 al 20%; in seconde luogo sempre sul tavolo di Tremonti è presente la pratica riguardante la capitalizzazione delle banche italiane » che certifica una certa preoccupazione per l’esigenza di rafforzare nei prossimi mesi il patrimonio di istituti, che reggono di fatto metà dell’economia del Paese e in più sono i principali acquirenti dei titoli di Stato. I requisiti di Basilea 3 hanno però evidenziate l’esigenza di una ripatrimonializzazione per le banche italiane, per almeno 40 miliardi di euro e lo stesso governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, avrebbe affrontato il tema nel meeting di lunedì scorso con l’esecutivo dell’Abi.

Se dunque le banche dovessero avere necessità di nuove risorse stringerebbero  immediatamente le linee di credito più difficili, proprio quelle delle pmi, che rappresentano spesso un rosso per i bilanci degli istituti. Ecco perché il ruolo dei capitali stranieri diverrebbe cruciale. Per far ciò serve però un’adeguata tassazione di favore (qualcuno arriva a ipotizzare un’aliquota zero sui capital gains da investimenti nel capitale) che possa attrarre i ricchissimi fondi sovrani dotati di risorse miliardarie ma certo non disponibili a entrare in Italia senza un chiaro ritorno, nonché una cernita delle aziende migliori da selezionare per un successivo sbarco in borsa. Su questo ultimo punto è importantissimo il ruolo futuro che potrebbe ricoprire il fondo pmi istituito dalla Cassa depositi e prestiti e dalle principali banche italiane con risorse che ad oggi ammontano a circa 1,2 miliardi di euro: proprio l’organismo alle dipendenze di  Tempini potrebbe avere, sempre nel progetto della maggioranza, il ruolo di individuare le piccole e medie imprese più appetibili con un fatturato tra i 100 e i 200 milioni. Quante possibilità ha il progetto di andare in porto? Si capirà presto. Entro febbraio la commissione Finanze della Camera licenzierà le conclusioni dell’indagine conoscitiva sulla borsa e in quella sede si conoscerà il parere di Tremonti sui vari strumenti proposti per ridare fiato alle pmi e a Piazza Affari.

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