Altre caratteristiche del rating
Introduzione
Come si era detto in conclusione della precedente trattazione, il monitoraggio e la valutazione che vengono portati a compimento da parte delle società di rating sono costanti e continui, ragione per la quale si può anche giungere a delle periodiche variazioni in relazione al giudizio, sia in miglioramento (si parla in questo caso di upgrade, vale a dire si sale verso il livello maggiore, AAA) o in peggioramento (in questo caso si parla invece di downgrade, ovvero si tende a scendere verso la D di default). Tutti questi tipi di variazioni per quel che concerne il rating vanno poi a riflettersi, in maniera inevitabile, sulle quotazioni del titolo, visto che un emittente che è caratterizzato da una maggiore rischiosità (è il caso del declassamento nella scala del rating) dovrà essere disposto a pagare degli interessi che sono molto più alti nei confronti dei creditori-investitori rispetto a un emittente che presenta un rischio minore.
La valutazione del merito
In genere, nella gran parte dei casi, sono proprio gli stessi emittenti coloro che vanno a richiedere a proprie spese alle agenzie di rating una specifica valutazione del proprio merito di credito. Tutto questo avviene perché la presenza di un “voto” – così possiamo definirlo – da parte di una società esterna e indipendente è un sicuro sinonimo di trasparenza, di affidabilità e soprattutto è un requisito molto vincolante, il quale viene richiesto dai regolamenti interni di moltissimi fondi comuni di investimento; in effetti, queste procedure sono necessarie per investire in maniera corretta in quel determinato titolo. Ciò nonostante, comunque, c’è da dire che esistono anche emissioni di obbligazioni che vengono effettuate da parte di quelle imprese che hanno dimensioni minori (le pmi, piccole e medie imprese) e che non hanno provveduto a richiedere alle agenzie di rating questa sorta di “pagella”. Tra l’altro, uno studio molto recente portato avanti da Standard & Poor’s è emerso come circa il 50% di tutte le obbligazioni societarie (ci stiamo riferendo quindi ai cosiddetti “corporate bond”) del nostro paese è privo di un rating, mentre in altri paesi le percentuali sono molto minori (in Francia sono il 16%, in Germania si scende ancora fino al 14%, in Spagna si arriva addirittura a un modesto 4%). Si tratta, con tutta probabilità, di un evidente problema di “cultura finanziaria”, la quale ha inevitabilmente comportato, in special modo negli ultimi mesi, delle sorprese non proprio piacevoli per quel che riguarda i risparmiatori più piccoli, i quali si sono ritrovati nel loro portafoglio delle obbligazioni che non erano appunto retate e quindi non facilmente vendibili sul mercato e, in alcuni casi, emesse da società con una dubbia solidità dal punto di vista finanziario.
Come si possono valutare gli investimenti più sicuri col rating
La domanda, a conclusione dell’elencazione di tutte le caratteristiche sul rating, è abbastanza scontata: quale potrebbe essere l’investimento più sicuro in questo senso? Il rating va a valutare in modo esclusivo il rischio di credito, vale a dire la probabilità che vengano effettuati puntualmente i pagamenti di capitale e gli interessi che sono previsti all’emissione. È possibile allora calcolare dal punto di vista statistico il tasso medio di default (si tratta del fallimento) per le classi di rating prendendo per esempio un titolo obbligazionario a cinque anni. Si nota che nel caso di rating AAA la probabilità è molto limitata allo 0,1%, mentre nel caso di un giudizio BBB si tende a salire fino al 2,16%, fino a giungere a un consistente 46,87% per quel che riguarda le obbligazioni valutate come CCC. Un evento molto importante in questo senso non si è verificato poi così lontano nel tempo, visto che solamente quattro anni fa, nel 2006 quindi: in quella occasione, infatti, l’agenzia di rating Standard & Poor’s aveva deciso di declassare il rating della Repubblica d’Italia a un livello di A+, il quale corrisponde a una probabilità di default che può verificarsi al massimo nei prossimi cinque anni dal momento del giudizio (la probabilità è dello 0,5% per l’appunto). Una stima di questo tipo voleva significare che esisteva una sola probabilità su duecento di non rivedere mai più i nostri soldi che erano investiti in Buoni Ordinari del Tesoro e in Buoni del Tesoro Poliennali.
SIMONE RICCI




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Data: 07 maggio 2010



