La teoria del profitto

Scritto da: Ferdinando Merisi - Categoria: Economia

Introduzione

Malgrado il costante utilizzo del termine “profitto” proprio degli economisti della scuola classica, che ad esso si riferivano per indicare senza alcuna distinzione il reddito complessivo percepito dal capitalista-imprenditore, tali autori riconobbero che vi erano almeno tre distinti elementi di pagamento che ne andavano a comporre l’ammontare: un pagamento finalizzato sostanzialmente a remunerare l’uso del capitale, un pagamento finalizzato a remunerare l’imprenditore  per la sua attività di direzione e di organizzazione e un pagamento finalizzato a compensarlo dei rischi intrapresi con l’avviamento e la conduzione della sua attività.

 

Il profitto

È soprattutto il primo tipo di pagamento, vale a dire quello che viene inteso a remunerare l’uso del capitale (assumendo che tale forma di pagamento non vada a implicare alcun rischio), quello che ricade sotto la moderna classificazione dell’interesse. Sorge a questo punto l’interrogativo se sia possibile identificare l’imprenditorialità come un quarto fattore della produzione (che si aggiungerebbe a terra, lavoro e capitale) e definire di conseguenza il prodotto marginale dell’imprenditore come la misura del contributo fornito all’impresa sotto forma di servizi di direzione e organizzazione e sotto forma di assunzione del rischio. John Bates Clark fu il pensatore più importante in questo senso, tra coloro che per primi riuscirono a sviluppare la teoria della produttività marginale, e che riconobbe che questa non era una soluzione del tutto soddisfacente. La remunerazione dell’imprenditore in quanto manager non è infatti una forma di profitto, ma uno stipendio vero e proprio; il profitto o, per essere più esatti, il puro profitto deve essere definito piuttosto come la grandezza residua che rimane dopo che tutti i fattori della produzione che sono stati impiegati da un’impresa sono stati remunerati in base a un prezzo uguale al loro costo opportunità. Una struttura di mercato perfettamente concorrenziale è tale da determinare un equilibrio di lungo periodo nel quale tutti i fattori ricevono a titolo di remunerazione il valore del loro prodotto marginale, che è anche uguale al loro costo opportunità. In questo caso, assumendo una funzione di produzione linearmente omogenea, tali pagamenti tendono a rappresentare dei costi per l’impresa stessa e quando li si sottragga dal totale dei ricavi si ottiene un saggio di profitto nullo. L’esistenza di un profitto positivo, allora, non può essere spiegata altrimenti che come una conseguenza o di mercati perfettamente concorrenziali che non si trovano nel loro punto di equilibrio di lungo periodo, ovvero di mercati che non sono perfettamente concorrenziali.

 

L’equilibrio concorrenziale

Naturalmente, c’è da dire che resta vera l’osservazione che l’equilibrio concorrenziale di lungo periodo rappresenta una costruzione teorica alla quale nessun mercato si conforma mai esattamente; vale la pena, tuttavia, mantenere l’ipotesi della concorrenza perfetta al fine di analizzare come emerge il profitto in un mercato o in un sistema economico che non si trovi nel suo punto di equilibrio di lungo periodo.

Quando gli imprenditori vanno ad acquistare fattori di produzione per produrre un output si assumono dei rischio ovviamente, visto che il prezzo finale dell’output può essere soltanto stimato, mentre il costo dei pagamenti ai fattori rappresenta un’obbligazione contrattuale ben precisa. Se i ricavi totali dell’impresa superanno i pagamenti ai fattori, allora essa percepisce dei profitti e incorre invece in una perdita nel caso opposto. In questo modo i profitti che vengono generati all’interno di mercati perfettamente concorrenziali potrebbero essere spiegati come il risultato del disequilibrio che si verifica nel passaggio del sistema economico verso una nuova posizione di equilibrio di lungo periodo. Una spiegazione di questo tipo dei profitti in quanto redditi di natura temporanea, risultanti cioè dall’evoluzione dinamica del sistema economico, è stata offerta sia da John Bates Clark sia da Alfred Marshall, ma non bisogna dimenticare nemmeno il contributo offerto da Joseph Alois Scumpeter. Si assuma che il sistema economico si trovi nella posizione di equilibrio di lungo periodo, nella quale quindi tutti i fattori ricevono un rendimento pari al loro costo opportunità e i ricavi dell’impresa rappresentativa sono uguali ai suoi costi. In tali circostanze, un cambiamento nelle preferenze dei consumatori o nel livello tecnologico farà sì che in alcune industrie si verifichino dei livelli positivi di profitto ma è pur vero che essi tenderanno a ridursi e a sparire quando le forze concorrenziali muoveranno i capitali verso quei mercati che presentano saggi di rendimento sopra la norma. Il profitto, allora, non è in questo caso qualificabile alla stregua della remunerazione di un fattore della produzione, ma come un evento in qualche modo straordinario associato con la dinamica del sistema economico. Si hanno profitti laddove vi siano delle incertezze sul mercato, contro le quali non si può contrarre nessun tipo di assicurazione e che nascono dall’evoluzione dinamica dello stesso mercato. Va infine ricordato che, se lasciamo cadere l’ipotesi di concorrenza perfetta, i profitti possono essere motivati da una serie di motivi, il più importante dei quali è senz’altro il potere di monopolio o quello di monopsonio.

 

 

 

SIMONE RICCI

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