La condizionalità nella Politica Agricola Comune
Cos’è la condizionalità
Uno strumento molto importante per poter dare contenuto alla qualificazione del sostegno disaccoppiato è senza dubbio la condizionalità, la quale rappresenta uno dei pilastri su cui si regge la riforma Fischler della Pac. Si tratta sostanzialmente dell’insieme di “condizioni”, appunto, sul piano della gestione e delle pratiche agronomiche a cui la riforma subordina l’erogazione del pagamento unico, in termini di rispetto di standard minimi obbligatori sul fronte dei settori dell’ambiente e della sicurezza. L’allegato III del cosiddetto regolamento orizzontale prevede in questo senso un pacchetto di norme obbligatorie ed uguali per tutti gli stati membri dell’Unione Europea, che in effetti rappresenta una versione, per così dire, molto morbida della condizionalità, dato che si tratta di una serie di direttive comunitarie, peraltro già in vigore, di incisività relativamente modesta e da mettere a regime con gradualità.
La ratio della condizionalità
A queste misure si aggiungono i requisiti minimi per le “buone condizioni agronomiche e ambientali“, previsti dall’allegato IV dello stesso regolamento, che sono in larga misura affidati alla discrezionalità degli stati membri: ad essi spetta il compito di definire, calibrandoli in relazione alla specificità dei diversi territori, gli standard minimi da rispettare per la manutenzione delle terre anche in caso di abbandono dell’attività produttiva. Si tratta di un tema in prospettiva cruciale, che bisogna prendere con la massima serietà. È infatti necessario resistere alla miope tentazione di breve periodo di definire e mantenere nel tempo standard per così dire “annacquati”, che lascino agli agricoltori le mani totalmente libere. Al contrario, vanno definiti standard rigorosi ed equilibrati: sia, in generale, per segnalare agli agricoltori che la condizionalità è una cosa seria e sia, più nello specifico, per disincentivare la scelta di abbandono dell’attività, alzando il suo costo in termini di pratiche agronomiche che vanno comunque assicurate, anche quando la produzione è assente, al fine di mantenere il diritto all’aiuto. Questa condizione non si è verificata molto spesso in passato e gli stati membri (anche e soprattutto l’Italia) hanno agito con mano troppo leggera nella definizione della condizionalità. D’altra parte, sarebbe fin troppo ingenuo aspettarsi che i policy makers nazionali e regionali siano portati ad essere particolarmente restrittivi nei confronti dei propri agricoltori, per cui è forse necessario rivedere il pacchetto relativo alla condizionalità, in modo da incentivare su questo fronte strategie coerenti con lo spirito della misura e che siano condivise a soprattutto a livello comunitario.
La modulazione
Per quanto riguarda invece la cosiddetta “modulazione obbligatoria“, essa è una delle principali innovazioni che sono state introdotte con la riforma Fischler, ed il suo scopo è quello di trasferire risorse finanziarie dal primo al secondo pilastro della Politica Agricola Comune: ciò avviene mediante la riduzione della ricca dotazione delle politiche di mercato e del sistema dei pagamenti diretti a vantaggio dell’intervento per lo sviluppo rurale.
Come è stata applicata la modulazione
Nel corso della trattativa sulla riforma della Politica Agricola Comune, la modulazione ha perso gran parte della sua carica di redistribuzione, che inizialmente era davvero molto forte. Infatti, rispetto alle prime proposte, è caduto il tetto agli aiuti per azienda (che era stato fissato a 300000 euro), è scomparsa poi la progressività del taglio (il quale arrivava al 20% per gli aiuti superiori a 50000 euro), si è ridotto il tasso di riduzione degli aiuti a regime (dal 6% al 5%) ed è stata attenuata la portata redistributiva tra paesi del meccanismo di rassegnazione agli stati membri dei fondi modulati. In questo modo, la modulazione ha perduto la sua valenza di strumento con cui distribuire in modo più equo gli aiuti diretti della Pac tra i soggetti beneficiari , e con cui evitare di congelare una situazione che vede una minoranza di aziende catturare la maggioranza degli aiuti. Questo è un vero peccato perché, specie con il regime di disaccoppiamento, con cui si vuole indirizzare gli aiuti diretti al produttore piuttosto che al prodotto, diventa difficile giustificare la persistenza di singoli pagamenti di dimensioni estremamente cospicue, a vantaggio di grandi proprietari terrieri, spesso assenteisti.
SIMONE RICCI




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Data: 21 aprile 2009



