Il sistema dei cambi

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Scritto da: - Categoria: Economia

Introduzione

Sostanzialmente, quando si parla di sistema dei cambi, possono avere luogo forme di intervento di vario tipo. In particolare, possiamo andare a distinguere due tipologie di regime: 1)il regime a cambi fissi, quando le autorità monetarie vanno a stabilire il rapporto di cambio della moneta nazionale con le altre valute e si impegnano a mantenerlo costante (il rapporto di cambio in questo sistema prende il nome di “parità”); 2)il regime a cambi flessibili, quando il tasso di cambio è invece libero di oscillare al variare della domanda e dell’offerta sul mercato.

 

I sistemi a cambi fissi

Questo sistema è stato utilizzato fino al 1914, per tutta la durata del sistema denominato come Gold Standard. La parità in questo caso era determinata in base al peso dell’oro e ai privati era concesso il diritto di coniare e di fondere la moneta. I cambi potevano variare all’interno di una banda molto ristretta ed erano presenti dei correttivi automatici che, in caso di oscillazione, riportavano il cambio in equilibrio. Fra le due guerre, poi, si sviluppò un sistema diverso, detto Gold Exchange Standard: il diritto di fusione e coniazione fu sottratto ai privati e riservato alle banche. Per la maggior parte le monete non erano più convertibili in oro, ma potevano soltanto essere cambiate con quelle monete, soprattutto il dollaro e la sterlina, cui ancora veniva riconosciuta la convertibilità. Il cambio poteva discostarsi entro margini molto ristretti dalla parità con l’oro e la banca centrale di ogni paese doveva intervenire, attingendo alle riserve ufficiali, quando i limiti consentiti erano superati. Il sistema dei cambi fissi, nella sua rigidità presentava più inconvenienti che vantaggi. La necessità di mantenere stabile il cambio richiedeva alle autorità monetarie, quando le riserve valutarie ufficiali non fossero state sufficienti, di adottare severe politiche di contenimento della spesa. La diminuzione dei prezzi e dei salari poteva infatti stimolare la ripresa delle esportazioni e far diminuire le importazioni, rendendo di nuovo conveniente acquistare all’interno e quindi far crescere la domanda della moneta nazionale. La stabilità monetaria imponeva quindi gravi sacrifici alla popolazione.

 

Gli accordi di Bretton Woods

A Bretton Woods, verso la fine del secondo conflitto mondiale (luglio 1944), i paesi vincitori (in particolare Stati Uniti e Gran Bretagna) gettarono le basi di un’organizzazione monetaria per la ripresa delle relazioni e degli scambi internazionali. Gli scopi fondamentali dell’accordo erano: 1)il ripristino della convertibilità delle monete tra loro; 2)il ritorno al commercio plurilaterale e alla liberalizzazione degli scambi; 3)la stabilità dei cambi.

Con la Convenzione di Bretton Woods si prese quindi atto dell’impossibilità di ritornare al Gold Standard, ma si riconosceva l’importanza dei cambi fissi per incrementare i traffici e ottenere una stabilità monetaria durevole. A differenza del Gold Standard, quello di Bretton Woods era un regime a cambi fissi aggiustabili, in quanto prevedeva la possibilità di intervento dei vari paesi nel caso in cui il cambio avesse superato i limiti fissati. Per garantire il corretto funzionamento del sistema e il rispetto degli accordi presi, furoono creati due organismi fondamentali: a)il Fondo Monetario Internazionale (Fmi); b)la Banca Internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Birs). In tale sistema, la moneta statunitense aveva un notevole privilegio: era infatti l’unica convertibile in oro a richiesta delle banche centrali degli altri paesi ed era accettata da tutti come intermediario degli scambi. È per questo che il sistema veniva appunto denominato “dollar standard”. Questa eccessiva dipendenza dalla moneta e dall’economia americana era il limite del sistema stesso e fu anche e soprattutto la ragione del suo fallimento. Il dollar standard entrò pian piano in crisi e nell’agosto del 1971, l’allora presidente americano Richard Nixon dichiarava conclusa la convertibilità del dollaro in oro.

 

I sistemi a cambi flessibili

Nel regime a cambi flessibili non c’è una parità ufficiale stabilita dalle autorità monetarie, ma i rapporti di cambio dipendono dalle contrattazioni che si verificano sul mercato. I cambi flessibili variano quindi in continuazione al mutare delle condizioni che influenzano la domanda e l’offerta di divise. Ciò dà luogo a gravi inconvenienti comunque. Le condizioni di incertezza nel futuro, intanto, rendono impossibili le previsioni, scoraggiando quindi gli operatori internazionali. Le frequenti oscillazioni favoriscono poi l’azione degli speculatori che, con le loro manovre possono incidere sulla stessa stabilità delle monete. Le banche nazionali, infine, a causa dell’incertezza nel futuro, non riescono a individuare una moneta stabile con funzione di riserva valutaria. In questo ambito si possono distinguere la fluttuazione libera e quella amministrata. La fluttuazione libera si ha quando le autorità monetarie non intervengono nel mercato valutario e i cambi sono il risultato dell’incontro della domanda con l’offerta. Si parla invece di fluttuazione amministrata (detta anche “sporca”) quando la determinazione del tasso di cambio non avviene in un mercato concorrenziale, ma è pilotata dalle autorità dei vari paesi. Le banche centrali, poi, intervengo sul mercato acquistando divise estere per sostenere la domanda oppure vendendo divise per aumentare l’offerta e far diminuire la quotazione.

 

 

SIMONE RICCI

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