Il problema dell’interesse
Introduzione
L’evoluzione del pensiero economico dimostra che quando una nuova teoria si rivela capace di rispondere a una vecchia questione, spesso va a sollevare contemporaneamente anche nuovi interrogativi. Così, lo sviluppo dell’analisi della produttività marginale scosse alle fondamenta la vecchia teoria classica della distribuzione; quest’ultima aveva immaginato una ripartizione della popolazione nelle tre classi dei lavoratori, dei proprietari terrieri e dei capitalisti, interpretando come salari, rendite e profitti i pagamenti ai rispettivi fattori della produzione, e dato che essa era in sostanza una teoria residuale, il problema dell’esaurimento del prodotto (vale a dire della determinazione se la somma delle remunerazioni dei fattori uguagliasse l’ammontare del prodotto totale) non costituiva una difficoltà a livello teorico.
Il problema dell’interesse
Fu invece la teoria della produttività marginale a sollevare per prima la questione ed in particolare i marginalisti giunsero alla conclusione che, data la condizione di concorrenza perfetta sui mercati, la somma del valore dei prodotti marginali, nella posizione di equilibrio di lungo periodo, avrebbe uguagliato il prodotto totale. Tali teorici però non si curarono più di tanto del fatto che questa conclusione richiedeva necessariamente funzioni di produzione linearmente omogenee, nel senso che se anche occorreva fare questa assunzione, essi si limitavano semplicemente a prenderne atto e ad adottarla, senza porsi ulteriori problemi e interrogativi. La nozione di esaurimento del prodotto sollevò dunque problemi nuovi e complessi a proposito dell’interesse e del capitale, ed è alla spiegazione di questi temi che occorre rivolgersi. Quando prevalgono condizioni di equilibrio di lungo periodo all’interno di mercati caratterizzati da concorrenza perfetta, tutti i ricavi ottenuti dalla vendita di prodotti finali sono distribuiti ai diversi fattori della produzione. Questa era la conclusione della teoria della produttività marginale, la quale lasciava però aperto il seguente interrogativo: come si può spiegare quel particolare rendimento del capitale che chiamiamo interesse? Il capitale, infatti, è un bene prodotto per mezzo di una precedente utilizzazione di lavoro e terra, cioè dei due fattori della produzione cosiddetti “originari”. In base alla teoria della produttività marginale, il rendimento del capitale dovrebbe allora essere esattamente uguale al valore del lavoro o della terra impiegati per produrlo: se questo fosse vero, perché mai esso dovrebbe ricevere un ulteriore rendimento sotto forma di interesse? In altre parole: perché la remunerazione del capitale deve essere superiore a quella che è necessaria a compensare il lavoro e la terra impiegati nella sua produzione? In questo modo il capitale va ad acquistare una sua peculiarità tra i diversi fattori della produzione, in quanto esso genera un plusvalore che spetta in perpetuo al suo proprietario.
Il capitale come fattore produttivo
Una risposta ovvia a queste domande appena fatte consiste nell’affermare che il capitale è un fattore produttivo e che questo spiega perché esiste l’interesse. Si tratta però di una risposta non soddisfacente, visto che il capitale è produttivo in quanto il lavoro e la terra impiegati con esso producono una maggiore quantità di prodotto: ma la teoria della produttività marginale afferma che la produttività del capitale determina un rendimento superiore a quelli del lavoro e della terra impiegati per produrlo, e questo significa che non vi può essere un rendimento netto del capitale. Da un lato abbiamo quindi la proposizione teorica secondo la quale il rendimento del capitale in una situazione di equilibrio di lungo periodo deve necessariamente essere uguale al costo sostenuto per produrlo, dall’altro ciò che si osserva nella realtà è che i proprietari del capitale percepiscono ininterrottamente un reddito da interessi. La questione è resa ancora più complicata dal fatto che il capitale di oggi è il prodotto del lavoro, della terra e del capitale passati, e secondo la teoria il mercato andrà ad attribuire ai fattori della produzione impiegati nella sua produzione il valore della produttività del capitale attualmente in uso.
L’origine dell’interesse
Come possiamo dunque spiegare l’origine e la persistenza dell’interesse? In particolare, le diverse soluzioni possibili al problema sembrano essere tre. 1)La prima soluzione afferma che non vi sono due, ma tre fattori della produzione originari e che l’interesse non è altro che il rendimento di questo nuovo terzo fattore. 2)La seconda soluzione sostiene invece che i teorici della produttività marginale sbagliano nel ritenere che in una situazione di equilibrio concorrenziale di lungo periodo, i ricavi, provenienti dalla vendita di beni finiti, siano esattamente uguali al flusso dei pagamenti che remunera i fattori della produzione. 3)La terza soluzione, infine, consiste nell’affermare che la teoria della produttività marginale è una teoria valida per i mercati concorrenziali e statici; ma dato che il sistema economico reale non è né concorrenziale né statico, gli elementi che ostacolano la concorrenza o quelli che determinano dei cambiamenti dinamici possono produrre un saggio di interesse positivo. I meriti principali, nell’ambito della risoluzione del problema legato all’interesse, vanno a Schumpeter: egli non solo fu l’economista in grado di spiegare in modo puntuale e sintetico la questione, ma riuscì anche a suggerire un modello interpretativo all’interno del quale fosse possibile discutere alcune delle risposte più importanti.
SIMONE RICCI




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Data: 27 ottobre 2009



