Il meccanismo delle quote di Kyoto


Introduzione

Il protocollo di Kyoto identifica sostanzialmente tre tipi diversi di meccanismi di cooperazione internazionale, i quali sono volti a limitare le emissioni di gas in atmosfera: in questo senso, il sistema di scambio delle quote di emissione è sicuramente il principale metodo e anche il più noto, in quanto cerca di affrontare il problema dei gas serra non più in base a uno schema tradizionale di tasse di tipo ambientale (come, ad esempio, la carbon tax) o di comando e controllo (si tratta dei limiti massimi alle emissioni), bensì trasformando in bene economico un classico bene pubblico, quale è l’inquinamento dell’atmosfera.

 

Il meccanismo delle quote

Le considerazioni economiche che sono alla base di questa scelta risiedono soprattutto nei vantaggi in termini di costi e di efficienza che esistono rispetto alle altre soluzioni di politica ambientale, vale a dire la possibilità di raggiungere gli obiettivi che sono stati fissati a costi inferiori in confronto alle altre opzioni di politica economica. Se infatti teniamo bene a mente che il problema principale (e la stessa difficoltà di implementazione) risiede in pratica nella diversa localizzazione geografica tra le emissioni a effetto serra e le conseguenze che vengono a derivare da essi, la prima caratteristica che risalta subito dal meccanismo di scambio delle quote è costituita dalla separazione tra i costi di controllo del sistema e i costi di implementazione dello stesso. In effetti, ogni singolo paese riceve e controlla qual è la disponibilità di una certa quota di emissioni di gas, e il suo controllo consente di esternalizzare i benefici, così come di godere dei benefici del controllo da parte delle altre nazioni sulla propria quota di emissione. La distribuzione locale alle singole aziende per quel che concerne i permessi che sono negoziabili attiva, inoltre, un meccanismo virtuoso di impiego del capitale privato nella implementazione delle politiche ambientali, un capitale privato che va ad affiancare e ad aggiungersi alle risorse pubbliche che sono destinate al controllo del riscaldamento globale del pianeta. La seconda caratteristica del sistema delle quote è data dalla flessibilità del meccanismo, rispetto ai vincoli di comando e di controllo. Tutto ciò rappresenta infatti il vero e proprio cuore della direttiva comunitaria 87 del 2003 (conosciuta anche con il nome di direttiva “emission trading”) che ha stabilito, a partire dal 2005, la ripartizione delle quote tra gli impianti soggetti ad autorizzazione, la modalità dell’assegnazione delle quote e la loro relativa commerciabilità. I soggetti che non rispettano, nel periodo di tre anni, l’obbligo di restituzione delle quote degli anni precedenti vengono a essere sanzionati per un ammontare pari a 40 euro per tonnellata (100 euro nel quinquennio successivo), rendendo così disponibile ai gestori degli impianti un costo opportunità di riferimento sulla base del quale operare le proprie scelte tra riduzione delle emissioni (innovazioni produttive/depurazione), acquisto delle quote sul mercato delle emissioni e il pagamento della sanzione pecuniaria.

 

L’applicazione della direttiva

In pratica, l’applicazione del protocollo e della conseguente direttiva 87 del 2003 a livello di stati membri dell’Unione Europea innesca un meccanismo di definizione dei diritti di proprietà così come suggerito da Coase nel suo più noto contributo economico. Ogni permesso di inquinamento, assimilabile economicamente a un diritto di proprietà, con le problematiche giuridiche ad esso connesse, definisce l’ammontare delle sostanze inquinanti (nel nostro caso, i gas a effetto serra) che ogni azienda può emettere in atmosfera. Sulla base scelta dal Trattato, l’ammontare di gas a effetto serra viene quantificata prendendo come anno base il 1990, e distribuita tra i soggetti ammessi ad autorizzazione e allo scambio. Sebbene il meccanismo di definizione riguardi una media ponderata dei sei gas presi a riferimento, ogni gestore riceve e contratta un ammontare complessivo di quote ad esso assegnato nel triennio. Le sanzioni relative al superamento garantiscono, a regime, che ogni impresa non sia incentivata a superare la quota di emissioni ad essa assegnata oppure contrattata sul mercato.

 

Conclusioni

Il vantaggio in termini di costi e di flessibilità (in ultima analisi di efficienza) che questo meccanismo consente di garantire, è legato proprio alla commerciabilità delle quote a disposizione delle aziende. Ogni impresa deve infatti fronteggiare un costo marginale di riduzione delle emissioni crescente, differente per ogni azienda. Sul mercato dei permessi si trovano quindi ad agire delle imprese con differenti costi marginali, i quali possono scambiare le quote di inquinanti sino al punto in cui i rispettivi costi marginali si eguagliano. Questa allocazione diventa, quindi, efficiente rispetto al sistema dei costi vigente, oltre che estremamente flessibile per cercare l’allocazione migliore da parte delle aziende. Il vantaggio, rispetto allo standard ambientale unico per tutte le aziende, è di permettere a ogni gestore di posizionarsi sul mercato come compratore o venditore, a seconda della propria struttura di costi. Questa struttura di costi di riduzione delle emissioni non deve essere nota al policy maker e quindi non rappresenta, dal punto di vista amministrativo e regolamentare, un aggravio di costi sulla struttura pubblica.

 

 

 

SIMONE RICCI




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