I rischi del credito operativo
Introduzione
L’aumento rilevante dei crediti in sofferenza rispetto agli impieghi verificatosi a partire dal biennio
90/92 ha posto prepotentemente all’attenzione dei banchieri, degli studiosi e delle Autorità di
Vigilanza il problema della valutazione, controllo e gestione del rischio di credito.
Storicamente la valutazione del merito di credito delle imprese finanziate e la stima del rischio di
credito sono stati considerati uno dei punti più importanti, se non addirittura il momento centrale,
dell’attività bancaria. Più recentemente sia la riflessione scientifica che la messa a punto di strumenti gestionali sono state concentrate sui rischi di mercato ed in particolare su quelli connessi alle operazioni con derivati. Per i rischi di mercato è disponibile un ben codificato approccio metodologico, le cui linee generali sono incorporate nelle norme di vigilanza. Il processo di approfondimento metodologico dei rischi di credito ha finora proceduto più lentamente rispetto a quelli di mercato a causa anche di obiettive difficoltà della materia: la forma asimmetrica delle distribuzioni dei rendimenti delle operazioni di credito e la mancanza di ampie banche dati, estese per un sufficiente arco temporale, sono due tra gli elementi che hanno rallentato l’avanzamento su questo campo.
Il controllo
Occorre anche sottolineare che proprio sul versante del controllo e della gestione dei rischi di
credito le banche italiane stanno dimostrando una notevole sensibilità, cogliendo l’occasione di
avviare profondi aggiornamenti delle procedure operative dei servizi crediti e la riorganizzazione di
questi ultimi. Le migliori banche del sistema, infatti, seguendo di qualche anno l’esperienza delle banche estere, stanno rimettendo in discussione i propri criteri di affidamento e di pricing dei rischi creditizi, reimpostando in un’ottica di portafoglio di medio periodo la definizione della politica generale degli impieghi. Ne potrà derivare un miglioramento delle capacità di selezione dei crediti, abbinato anche al progressivo passaggio dal multiaffidamento alla stabilità delle relazioni di clientela (con i miglioramenti informativi che ne conseguono nel rapporto banca-impresa) ed alla integrazione orizzontale dei servizi bancari offerti alle imprese: l’integrazione tra il “lending”, il “corporate banking”, con i servizi di gestione dei pagamenti, di gestione valutaria e patrimoniale consentono alla banca di offrirsi come un completo partner finanziario alle imprese clienti.
Si può osservare che proprio l’allentamento del rigore della selezione dei crediti, indotto anche dall’aumento della concorrenza, è stato considerato tra le cause principali del peggioramento della
qualità degli attivi bancari e dell’incremento delle sofferenze bancarie. Riguardo all’analisi comparata di diverse metodologie per la previsione precoce del rischio di insolvenze sulle imprese non finanziarie vi sono alcuni approcci per la stima delle probabilità di insolvenza: queste ultime rappresentano uno dei punti chiave di qualunque sistema di valutazione e gestione dei rischi di credito e sono al cuore dell’approccio VAR al portafoglio crediti.
Gli approcci aziendali in Italia
L’importanza di questo strumento è difficilmente sottovalutabile in un paese come l’Italia in cui la
parte prevalente del debito delle imprese è presso il sistema bancario, in cui gli strumenti di debito
collocati sul mercato (obbligazioni e commercial papers) sono meno che secondari ed in cui sul
mercato azionario è quotata un’assoluta minoranza di imprese. Quest’ultimo pertanto non è in grado di essere preso quale punto di riferimento per la valutazione di mercato del rischio di credito e delle correlazioni tra i rischi riguardanti insiemi di imprese. Un’altra conseguenza della ridotta presenza del debito di mercato riguarda la limitatissima diffusione del rating. Entrambi questi elementi condizionano fortemente l’applicabilità di strumenti quali il Credit Metrics della J.P. Morgan.
I bilanci aziendali, per contro, quando sono sistemati in ampie banche dati ed accuratamente elaborati possono costituire la base per una notevole varietà di applicazioni; inoltre opportunamente
integrati con dati qualitativi, con informazioni ricavate dalla Centrale dei Rischi e con i movimenti
dei conti bancari e con le previsioni dei business plans aziendali possono consentire di pervenire a
stime attendibili dei rischi assunti dalla banca. Peraltro valutazioni di rischio basate sui bilanci rappresentano comunque un elemento imprescindibile, soprattutto nel caso di analisi riguardanti società non clienti della banca, per le quali non sono disponibili i dati di Centrale dei Rischi, le movimentazioni dei c/c e gli elementi qualitativi e previsivi: la stima delle componenti sistematiche del rischio di credito, condotte a partire da dati microeconomici, rientrano appunto in questo campo di applicazioni. Occorre poi rammentare i notevoli limiti informativi connaturati ai bilanci aziendali, limiti che il recepimento delle direttive europee sui conti aziendali hanno solo assai parzialmente attenuato; i residui inquinamenti fiscali, gli effetti distorsivi dell’inflazione (gravi soprattutto nel passato), le indeterminazioni dei principi contabili nel trattamento delle attività immateriali, la convenzionalità e la flessibilità dei principi contabili rappresentano altrettanti fattori che condizionano l’espressività dei conti aziendali e la loro confrontabilità nel tempo e tra imprese.
Un limite del bilancio che viene a volte evocato, e spesso enfatizzato, riguarda l’orientamento al
passato che, in quanto strumento di reporting a consuntivo, ne presiederebbe la formazione e che
contrasterebbe con l’orientamento al futuro che dovrebbe invece caratterizzare la valutazione di rischio.
SIMONE RICCI




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Data: 13 luglio 2009



