I fallimenti del mercato

Scritto da: Ferdinando Merisi - Categoria: Economia

Cosa sono i fallimenti economici del mercato

Ci sono vari motivi e ragioni per cui i mercati possono non essere completi: 1)esternalità, 2)beni pubblici, 3)informazione incompleta e informazione imperfetta, 4)selezione avversa, 5)rischio morale. Vi sono poi delle motivazioni più strettamente collegate ai prezzi del mercato stesso: A.monopolio, B.forme di mercato non concorrenziale.

 

Le esternalità

Abbiamo a che fare con un’esternalità quando il benessere di qualche operatore economico o le possibilità di produzione di un qualche tipo di impresa vengono influenzate in maniera diretta dalle azioni di un altro operatore economico: in maniera diretta significa che tale influenza non avviene attraverso i prezzi (in questo caso, altrimenti, si andrebbe a parlare di esternalità “impropria” o pecuniaria). La prima domanda che ci poniamo è: perché un mercato di questo tipo è incompleto? Alla base di ciò vi sono sostanzialmente due ipotesi, il mercato mancante e la divergenza tra costi e prezzi sociali. Nel caso dovessero aumentare i costi marginali, l’impresa allora tenderebbe a produrre di meno e dovrebbe così compensare la presenza dell’esternalità negativa, la quale è la causa dell’aumento dei costi. Se invece si ignora l’esternalità stessa, il mercato comincia ad intraprendere decisioni errate per le imprese prese singolarmente. Perché con l’esternalità vengono a mancare i mercati? È ovvio che, in questo senso, si deve partire da un’ipotesi di mercati completi: supponiamo l’esistenza di un mercato di un bene, per fare un esempio potremmo dire il mercato dell’acqua, un mercato dei “diritti ad inquinare” e un mercato dei diritti societari. Se è vero che esistono questi tipi di mercati, allora si ha un costo privato. Mentre avremo a che fare con un costo marginale nel caso sia l’impresa a comprare l’acqua. Il mercato non si accorge dell’influenza negativa di un bene nei confronti dell’altro ed è a questo punto che dobbiamo servirci della politica economica, la quale interviene nel mercato con due specifiche soluzioni. 1. Soluzione di Pigou. Secondo questa teoria è necessario colpire l’esternalità alla fonte attraverso i cosiddetti sussidi ed imposte pigouviani nel mercato: in questo caso si vuole far sentire all’impresa il costo sociale che essa provoca con delle imposte e sussidi. Nell’eventualità si abbia a che fare con un’esternalità positiva utilizzeremo un sussidio, se l’esternalità è negativa un’imposta. Secondo lo studio di Pigou, lo Stato deve essere considerato come un “correttore dei mercati”: l’unica pecca di questa soluzione è dettata dal problema dell’informazione. 2. Soluzione di Coase. A parere di Coase, invece, l’impostazione appena vista di Pigou ha un’impostazione troppo in linea con la Common Law: per ottenere l’efficienza, infatti, non è necessario che si vada a colpire alla fonte l’esternalità e, inoltre, non bisogna dimenticare i problemi di informazione.

Secondo Coase deve essere lasciata ai privati la possibilità di mettersi d’accordo tra loro, per capire a chi appartiene un determinato bene: le parti riusciranno in tal modo a trovarsi d’accordo e alla fine si otterrà una soluzione simile alla quantità ottimale. È da questo ragionamento che discende il Teorema di Coase: “in un’economia concorrenziale con un’informazione completa, in cui negoziare non è costoso, l’allocazione sarà Pareto-efficiente”.

 

I beni pubblici

Qual è la differenza che sussiste tra beni pubblici e beni privati? Per spiegare ciò occorre introdurre due importanti concetti, quelli di rivalità e escludibilità. Il bene privato, infatti, può essere escluso dal beneficio del consumo, ovvero, come anche si dice, è godibile; quando, poi, parliamo di mercati completi, tutti i beni devono essere considerati come rivali ed escludibili. Diamo ora una definizione dei due concetti: a.l’escludibilità consiste nell’operazione secondo cui un operatore economico può appunto escludere altri operatori dalla possibilità di trarre beneficio dall’utilità del bene in loro possesso; b.la rivalità invece è rappresentata dal fatto per cui il mio consumo di una unità del bene in questione riduce la quantità che è disponibile per gli altri operatori economici. Dopo avere dato queste specificazioni, possiamo senz’altro dire che un bene pubblico puro è un bene non rivale e non escludibile. Esempi in questo senso ve ne sono pochi: infatti, ad esempio, la strada pubblica è un bene rivale ma non escludibile, mentre vi sono anche i beni non rivali ma escludibili (come i cosiddetti “beni da club”). Un vero bene pubblico potrebbe essere la difesa, intesa nel suo senso più ampio. Per quale motivo tali beni distruggono il concetto di benessere dei mercati? In sintesi, nel caso del bene pubblico, è la nozione di Pareto-ottimalità a essere distrutta e come prima conseguenza di questo effetto si avrà una vera e propria sotto-offerta di beni pubblici. Molto dibattuta, anche e soprattutto a livello di Unione Europea, è la questione relativa ai beni pubblici e alle esternalità in generale (si parla spesso di principio di sussidiarietà): infatti, lo Stato europeo ha spesso a che fare con questa tipologia di beni, i quali sono dispersi in maniera variegata a livello geografico.

 

 

SIMONE RICCI

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