feb 6

La politica ambientale dell’Ue

L’Unione Europea ha stabilito che la propria politica ambientale è di tipo trasversale, ovvero tutte le altre politiche settoriali devono adeguarsi e rispettare le sue indicazioni. L’Unione Europea ha individuato quale obiettivo prioritario per gli Stati membri la tutela della biodiversità, il ripristino e la gestione dei sistemi naturali anche attraverso la creazione di una rete europea di aree protette, la Rete Natura 2000 prevista dalle Direttive “Habitat” (92/43/CEE) e“Uccelli” (79/409/CEE). Questa politica è stata ribadita da tutti i più recenti strumenti di programmazione comunitari, come il Sesto Programma di azione per l’Ambiente, il Piano d’azione per la Natura e la Biodiversità del Consiglio d’Europa, il Regolamento Comunitario sui Fondi Strutturali 2007-2013. La costituzione della Rete Natura 2000 è l’obiettivo principale della Direttiva Habitat ed è costituita dall’insieme dei siti denominati ZPS (Zone di Protezione Speciale) e SIC (Siti di Importanza Comunitaria), che al termine dell’iter istitutivo saranno designati come ZSC (Zone Speciali di Conservazione). Lo strumento fondamentale per la conservazione della natura e dell’ambiente nei Paesi dell’Unione è la Direttiva Habitat (92/43/CEE), che ha individuato i criteri generali per gli stati membri, per la difesa delle specie animali e vegetali degli ecosistemi presenti nei sistemi comunitari, nonché per il rispetto della qualità dell’ambiente.

 

I riferimenti comunitari

Riferimenti rilevanti di livello comunitario in materia di difesa della natura, i cui contenuti sono spiegati nel seguito, sono: 1)la direttiva 79/409/CEE “Uccelli” per la tutela di tutti gli uccelli viventi naturalmente allo stato selvatico nel territorio degli stati membri dell’Unione europea. Recepita in Italia con legge 11.2.1992 n. 157 “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio”. 2)La direttiva 92/43/CEE –“Habitat” per la conservazione e la salvaguardia della biodiversità mediante l’adozione delle misure necessarie per mantenere e ripristinare gli habitat naturali (zone terrestri e marine) e la tutela delle specie di flora e fauna selvatiche nel territorio della Comunità. Recepita in Italia con DPR 8.9.1997 n. 357 “Regolamento recante attuazione della direttiva 92/43/Cee relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali nonché della flora e della fauna selvatiche”. 3)La rete ecologica europea (EECONET); 4)Il Sesto Programma d’Azione Ambientale della UE; 5)La base informativa costituita dal sistema Corine. In calce a tale direttiva ci sono degli elenchi con delle specie animali e vegetali minacciate e meritevoli di tutela, e degli elenchi di ecosistemi con asterischi che mostrano in dettaglio quali sono meritevoli di particolare attenzione e tutela. La Direttiva Habitat è quindi molto utile anche perché a tutt’oggi, nonostante gli elenchi in alcuni casi non siano sufficienti, rappresenta uno strumento in grado di fornire priorità identificate a livello europeo. Sulla base della Direttiva Habitat è stata istituita dai vari paesi comunitari la rete di Natura 2000, un fortissimo strumento di conservazione della natura e di gestione territoriale, ossia il sistema delle aree in cui gli organismi animali e vegetali di interesse naturalistico sono presenti. In Italia sono stati individuati 2480 SIC (Siti di Interesse Comunitario),

presenti anche in aree in cui esistono attività antropiche, dunque non soltanto luoghi fortemente naturalistici.

 

I piani di gestione

Con DM 3 settembre 2002 il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio ha emanato le “Linee guida per la gestione dei siti Natura 2000” come strumento di attuazione delle citate direttive comunitarie. Diverse regioni italiane hanno ritenuto opportuno formulare proprie linee guida, dirette agli enti locali, per l’elaborazione dei Piani di gestione dei siti Natura 2000; tali piani sono finalizzati all’individuazione di misure di conservazione e tipologie di interventi ammissibili, che potranno essere finanziati, tra l’altro, dai fondi strutturali messi a disposizione dalla misura 1.5 del Programma Operativo Regionale della Sardegna. L’individuazione di misure di conservazione e la redazione di Piani di gestione consentiranno di individuare nel dettaglio le principali minacce e criticità a cui sono soggetti i siti Natura 2000 e di sviluppare attività per la salvaguardia delle valenze naturalistiche di interesse comunitario, tenendo conto dello sviluppo sostenibile del

territorio. I Piani di gestione, insieme agli altri strumenti di governo del territorio, contribuiscono alla pianificazione per garantire la tutela e la valorizzazione dei sistemi ambientali. In questo senso, allo Stato membro e alle amministrazioni locali competenti è lasciata la più ampia possibilità di manovra nella individuazione delle azioni di tutela, nel rispetto degli obiettivi di mantenimento in uno stato di conservazione soddisfacente degli habitat e delle specie di interesse comunitario, sulla base dei quali i SIC e le ZPS sono stati individuati. A seguito della redazione della guida all’interpretazione dell’articolo 6 della Direttiva Habitat 92/43/CEE “La gestione dei siti della Rete Natura 2000” a cura della Commissione Europea, in ambito nazionale sono stati redatti i seguenti

documenti di riferimento: a)“Linee guida per la gestione dei Siti Natura 2000”, DM 3 settembre 2002 del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, Servizio Conservazione della Natura; b)“Manuale delle linee guida per la redazione dei Piani di gestione dei Siti Natura 2000”, Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, Servizio Conservazione della Natura.

 

 

SIMONE RICCI

feb 6

Introduzione

La prima condizione da rispettare per la sopravvivenza dell’azienda è il raggiungimento dell’equilibrio economico della gestione. Si dice anche che la gestione deve svolgersi secondo principi di economicità, cioè in maniera tale da permettere all’azienda di coprire con i ricavi ottenuti i costi dei fattori produttivi e garantire un minimo di profitto all’imprenditore. Il principio di economicità non deve essere solamente valido dal punto di vista teorico: l’azienda, infatti, non è teoria ma esiste davvero nella realtà e per operare secondo economicità deve rispettare alcune condizioni.

 

Le condizioni per l’economicità della gestione

Una prima condizione è quella di svolgere il processo produttivo in modo efficiente: l’efficienza è la capacità dell’azienda di ridurre al minimo il rapporto tra gli input (le risorse impiegate) e gli output (i risultati che vengono ottenuti). Il desiderio di spingere al massimo l’efficienza non deve però tradursi in una perdita di qualità. La peggiore qualità dei prodotti comporta una perdita di clienti oppure una riduzione dei prezzi di vendita; in un ambiente molto competitivo come quello moderno, la qualità dei prodotti diviene il principale fattore critico di successo. Oltre all’efficienza, occorre raggiungere anche l’efficacia: l’efficacia è la capacità dell’azienda di raggiungere gli obiettivi decisi dalla direzione. Gli obiettivi della stessa impresa devono essere espressi in termini soprattutto di qualità: ad esempio, molte aziende hanno una gestione efficace se riescono nell’intento di venire incontro ai gusti dei clienti, o se non fanno aspettare molto per la consegna dei prodotti, oppure ancora se le riparazioni avvengo in maniera rapida. Sono già alcuni anni, tra l’altro, che si è affermato il principio della qualità totale (Total Quality Management), il quale consiste nel raggiungere il maggior livello di efficacia in ogni fase della produzione. L’azienda, però, non deve ricercare solo l’efficienza, ma deve anche essere flessibile: la flessibilità è la capacità dell’azienda di adattarsi in maniera pronta e senza costi eccessivi ai cambiamenti dell’ambiente. Possiamo supporre, ad esempio, che un’impresa meccanica effettui un notevole investimento per l’acquisto di un macchinario, capace di fornire prestazioni eccezionali, ma non flessibile, poiché impiegabile solo per un certo tipo di produzione. Se l’impresa riesce a vendere tutti i suoi prodotti, avrà allora una economicità più elevata, ma se i gusti dei clienti cambiano è costretta a cambiare la sua produzione; se il macchinario non si adatta alla nuova produzione diventa un costo notevole che non porta alcun ricavo.

 

La qualità oggi

La soddisfazione del cliente è oggi l’obiettivo più importante per le imprese. Un prodotto difettoso o un cattivo servizio comportano la perdita di clienti, un passaparola negativo, la delusione del personale e l’insuccesso dell’impresa. In un mercato sempre più competitivo, dove l’offerta di prodotti supera notevolmente la domanda, anche il minimo errore può causare l’abbandono della clientela e il possibile fallimento dell’impresa: date queste difficoltà, cresce il numero delle imprese che stanno cercando di introdurre e adottare dei programmi di qualità totale. Il concetto di qualità totale si riferisce soprattutto alla capacità dell’impresa di soddisfare le esigenze del cliente e di fornirgli in ogni momento la soluzione ai suoi problemi. Qualità non significa lusso o ricercatezza necessariamente: la qualità di un prodotto o di un servizio comprende anche la mancanza di difetti, la tempestività della consegna, l’assistenza in caso di guasti, la velocità di riparazione o di sostituzione del prodotto e l’assenza di costi supplementari a carico del cliente. Per ottenere quindi un prodotto di buona qualità occorre prestare attenzione a tutte le occasioni di contatto con la clientela, sia prima sia dopo la vendita. Il valore di un prodotto agli occhi del compratore dipende anche dall’immagine dell’azienda e dalla sua reputazione sul mercato; la qualità è un obiettivo che deve essere ricercato in ogni momento e non può essere raggiunto in modo definitivo, visto che le attese del cliente si modificano nel tempo e ciò che è valido oggi potrebbe non esserlo più domani. Per raggiungere la qualità totale non è sufficiente conoscere e soddisfare i bisogni e i desideri dei clienti, ma è necessario svolgere nel modo migliore tutte le attività interne dell’impresa: la qualità è quindi un concetto che riguarda sia il prodotto offerto sul mercato sia tutte le fasi del processo produttivo. La qualità deve essere ricercata in ogni aspetto della vita aziendale, nell’organizzazione delle persone e dei relativi mezzi, nel modo di operare e in ogni singola azione che viene svolta. Ogni attività aziendale, come ad esempio l’acquisto di una materia prima, l’utilizzo di uno specifico macchinario o la consegna di un determinato prodotto, deve essere descritta in maniera precisa in un documento dove sono indicati i soggetti che vengono coinvolti, la sequenza delle operazioni, i mezzi a disposizione e i moduli da riempire. Occorre comunque molto tempo e numerose prove prima di raggiungere la qualità totale (uno dei metodi più usati è quello degli standard Iso: 9001 per la certificazione della progettazione, 9002 per la qualità della produzione e 9003 per la certificazione della qualità in prove).

 

 

SIMONE RICCI

feb 6

Introduzione

L’analisi dell’economicità della gestione richiede uno studio abbastanza approfondito dei costi e dei loro criteri di classificazione. La classificazione dei costi, come tutti i tipi di classificazione, potrebbe essere infinita ma non servirebbe a niente: tutto dipende da che cosa vuole conoscere l’imprenditore per gestire meglio la propria azienda. Le distinzioni più importanti per le decisioni da prendere sono quelle tra costi diretti e indiretti e tra costi fissi e variabili. La classificazione tra costi diretti e indiretti serve per determinare il costo totale del prodotto e, di conseguenza, per fissare il prezzo di vendita, mentre la distinzione tra costi fissi e variabili è volta a rispondere a domande del tipo: quanti beni devo vendere per coprire almeno tutti i costi? Se si riduce il prezzo di un bene riesco comunque a guadagnare? Conviene spingere sul mercato un bene piuttosto che un altro?

 

Le varie distinzioni tra costi

La distinzione tra costi diretti e costi indiretti dipende essenzialmente dalla possibilità e dalla convenienza di attribuire il costo di un fattore produttivo a un singolo prodotto. Si dicono diretti i costi che possono essere attribuiti in modo obiettivo a un dato prodotto: si tratta di costi relativi a fattori produttivi per i quali è possibile misurare oggettivamente la quantità che è stata consumata in ogni singolo prodotto. Si parla invece di costi indiretti, quando non è possibile misurare in modo oggettivo la quantità del fattore produttivo consumata per ottenere un dato prodotto. Si tratta, cioè, di costi che sono sostenuti per la realizzazione di più produzioni nello spazio o nel tempo. La distinzione che esiste tra costi diretti e indiretti è però relativa, perché dipende dall’ampiezza dell’oggetto di calcolo: all’ampliarsi dell’oggetto di costo, i costi da indiretti divengono diretti in maniera graduale. Affinché un costo sia diretto non deve essere solo possibile l’attribuzione oggettiva, ma essa deve essere anche conveniente, ovvero non deve venire a costare troppo. Pensiamo, ad esempio, al costo che si sostiene per il consumo dell’energia elettrica: se disponiamo di un unico contatore per più macchinari, siamo in presenza di un costo indiretto, non imputabile in modo oggettivo ai singoli prodotti. Per rendere diretto il costo dell’energia elettrica si dovrebbe applicare un contatore a ogni macchinario; se però i contatori vengono a costare troppo rispetto al vantaggio di ottenere delle informazioni più attendibili, allora il costo rimane indiretto. La distinzione tra costi variabili e costi fissi si basa invece sulle relazioni tra costi e volume della produzione: con questa classificazione si vuol vedere che cosa succede ai costi quando aumenta il numero di prodotti che vengono realizzati e venduti. Sono variabili quei costi che variano al variare del volume di produzione: un esempio tipico di questi costi è offerto dalle materie prime, dato che, se aumenta la quantità di prodotti realizzati dovrà aumentare anche la quantità di materie prime impiegate nel processo produttivo. I costi variabili saranno pari a zero nel caso in cui nessun prodotto venga a essere realizzato. Sono invece fissi quei costi che non variano al variare del volume di produzione. Il loro ammontare è stabilito in base alla struttura aziendale e alla capacità produttiva dell’impresa: anche in caso di produzione pari a zero, il loro ammontare rimane invariato. Ad esempio, è un costo fisso l’affitto di un capannone: tale costo deve essere sostenuto anche se non si realizza nessun prodotto. Questo significa che più prodotti si realizzano e più il costo sul singolo prodotto si riduce. In questi casi, si dice che l’imprese realizza delle economie di scala (il singolo prodotto costa meno quando aumenta il numero dei prodotti).

 

Le altre classificazioni dei costi

In base al periodo al quale fanno riferimento i costi si distinguono in costi consuntivi e costi preventivi. I costi consuntivi si riferiscono a quelle produzioni che sono già attuate e alle risorse già consumate: ad esempio, il calcolo del costo del prodotto quando la produzione è già finita. I costi consuntivi sono poi messi a confronto con quelli preventivi, in modo da analizzare le cause di eventuali scostamenti. I costi preventivi si riferiscono a produzioni da effettuare in futuro; il loro calcolo è frutto di ipotesi e previsioni ed è utile per fissare i prezzi di vendita. Un tipo particolare dei costi preventivi sono i costi standard, i quali non si limitano a una semplice previsione, ma sono determinati in funzione di prefissate ipotesi di svolgimento del processo produttivo. In riferimento all’effettiva manifestazione dei costi si distingue tra costi effettivi e costi figurativi. I costi effettivi sono quei costi che comportano un reale esborso monetario (in pratica tutti i costi sostenuti per il funzionamento dell’azienda), mentre i costi figurativi si riferiscono a quei fattori produttivi per i quali non si hanno variazioni monetarie ma che sono comunque rilevanti dal punto di vista economico. Sono dei tipici esempi in questo senso gli interessi di computo , lo stipendio direzionale e il compenso per il rischio aziendale.

 

 

SIMONE RICCI

feb 2

Introduzione

Anzitutto, si deve procedere con l’istruttoria, procedimento attraverso il quale l’intermediario può andare a verificare il reddito, il patrimonio e le garanzie che vengono offerte dal cliente, al fine di valutare la sua capacità di rimborso nel corso del tempo.

 

I documenti e le garanzie

Per quel che concerne i documenti, bisogna dire che ogni intermediario ha le sue procedure, ma in genere quelli che devono essere presentati riguardano tre aspetti. Vediamoli insieme. 1)Le informazioni anagrafiche, quali l’età, la residenza, lo stato civile e le eventuali convenzioni patrimoniali che sono state stipulate fra i coniugi. 2)Le informazioni che vanno a certificare la capacità di reddito: per i lavoratori dipendenti, la dichiarazione del datore di lavoro che attesta l’anzianità di servizio, almeno l’ultimo cedolino dello stipendio e la copia del modello Cud (oppure il modello 730, o ancora il modello Unico per la dichiarazione dei redditi); per i lavoratori autonomi o i liberi professionisti, invece, le ultime dichiarazioni dei redditi, l’estratto della Camera di Commercio, Industria e Artigianato e l’attestato di iscrizione all’albo in caso di soggetti professionisti. 3)Le informazioni relative all’immobile, ad esempio la copia del cosiddetto “compromesso di vendita”, la planimetria, il certificato di abitabilità, l’ultimo atto di acquisto o la dichiarazione di successione. Riguardo, poi, alle garanzie, la prima che l’intermediario tende a richiedere è l’ipoteca, la quale gli dà il diritto di far vendere il bene nel caso in cui il cliente non può provvedere alla restituzione del finanziamento. Per poter determinare il valore dell’immobile, e quindi della garanzia, l’immobile viene prima sottoposto a una perizia; il cliente può abitare nell’immobile ipotecato e può affittarlo, mentre venderlo può rappresentare un’operazione più complicata. Il finanziatore potrebbe anche richiedere, comunque, altre garanzie oltre l’ipoteca, ad esempio quando il cliente ha un reddito basso rispetto alle rate, non ha un lavoro stabile o chiede un mutuo per un ammontare superiore all’80% del valore dell’immobile. Tra le garanzie più diffuse c’è sicuramente la fideiussione, rilasciata da un soggetto diverso dal cliente che richiede il mutuo: con la fideiussione il garante risponde della restituzione dell’intero finanziamento con tutti i suoi beni.

 

I tempi per la richiesta

I tempi per ottenere il mutuo, vale a dire quelli che intercorrono tra la presentazione della documentazione e l’effettiva erogazione della somma, oscillano di solito dai trenta ai sessanta giorni. Ecco i principali passi da seguire in questo senso: a.la richiesta e presentazione dei documenti; b.la valutazione del reddito; c.la perizia tecnica e relativa relazione notarile; d.la delibera finale sulla concessione del finanziamento; e.la firma del contratto; f.l’erogazione del mutuo. Il cliente può scegliere il notaio a cui rivolgersi; il mutuo, di solito, non viene erogato il giorno della firma del contratto, ma solo in una fase successiva, alcuni giorni dopo, quando secondo la legge l’ipoteca ha normalmente raggiunto un maggior grado di sicurezza.

 

I diritti del cliente: al momento di scegliere

Ecco a cosa ha diritto ogni cliente al momento della scelta del mutuo. A)Ottenere gratuitamente e portare con sé il foglio informativo, il quale illustra caratteristiche, rischi e costi del mutuo nel dettaglio. B)Ottenere gratuitamente e portare con sé il foglio comparativo con le informazioni generali sui tipi di mutuo garantito da ipoteca per l’acquisto dell’abitazione principale offerti dall’intermediario. C)Ottenere gratuitamente e portare con sé una copia completa del contratto e/o il documento di sintesi, anche in un momento anteriore alla conclusione e senza alcun impegno per le parti. D)Avere a disposizione anche sul sito internet dell’intermediario il foglio informativo e il foglio comparativo; se è possibile, concludere il contratto online, avere la copia completa del contratto con il documento di sintesi. E)Conoscere il Taeg (Tasso Annuo Effettivo Globale) del mutuo; F)Consultare il Tegm (Tasso Effettivo Globale Medio) previsto dalla legge antiusura (nello specifico si tratta della legge 108 del 1996) sul cartello affisso nei locali dell’intermediario o sul suo sito internet. G)Prendere visione del documento di sintesi, il quale riporta tutte le condizioni economiche ed è unito al contratto; H)Non avere condizioni contrattuali sfavorevoli rispetto a quelle che vengono pubblicizzate nel foglio informativo e nel documento di sintesi. I)Scegliere il canale di comunicazione, digitale o cartaceo, attraverso il quale ricevere le comunicazioni. L)Ricevere una copia del contratto, firmato dall’intermediario, e una copia del documento di sintesi, da conservare; ricevere quindi l’attestazione della conclusione del contratto, la copia dello stesso contratto e del documento di sintesi, nel caso in cui la stipula avviene online.

 

Durante il rapporto contrattuale

1)Ricevere comunicazioni periodiche sull’andamento del rapporto almeno una volta l’anno, mediante un rendiconto e il documento di sintesi: il cliente ha sessanta giorni per contestare il rendiconto dal momento in cui lo riceve. 2)Ricevere dall’intermediario la proposta di qualunque modifica delle condizioni contrattuali, una facoltà che viene generalmente prevista nel contratto. La proposta deve arrivare con un preavviso di almeno trenta giorni e indicare il motivo che giustifica la modifica: la proposta può essere respinta entro sessanta giorni, ponendo fine al contratto.

 

 

SIMONE RICCI

feb 1

Introduzione

Il mutuo per la casa altro non è che un finanziamento a medio-lungo termine, in genere con una durata che va da 5 a 30 anni: può consistere sostanzialmente in un impegno finanziario notevole, da valutare con grande attenzione. Il cliente provvede poi a rimborsarlo con delle rate di importo costante o variabile, di solito mensili o semestrali. A cosa serve il mutuo per la casa? Esso serve per acquistare, costruire o ristrutturare un determinato immobile, in particolare, come dice il nome, la casa di abitazione. Viene a chiamarsi “mutuo ipotecario” perché il pagamento delle rate è garantito da un’ipoteca su un immobile. C’è anche da dire che chiunque può richiedere un mutuo, ad esempio i giovani che hanno bisogno di denaro per comprare la prima casa: per ottenerlo è necessario dimostrare di essere in grado di restituire nel tempo la somma dovuta. Il mutuo, inoltre, viene concesso dalle banche e da altri operatori finanziari, di solito indicati come intermediari.

 

Alcuni punti da chiarire subito

Ecco alcune domande che bisogna porsi quando si va ad effettuare una richiesta di mutuo. 1)Quanto posso chiedere? In generale, l’intermediario concede un importo che non supera l’80% del valore dell’immobile, un valore che viene stabilito in base alla perizia effettuata da un esperto. A volte gli intermediari concedono dei mutui che vanno anche oltre l’80% del valore dell’immobile, ma in questi casi richiedono maggiori garanzie e spesso condizioni meno favorevoli per il cliente stesso. 2)Quale rata mi posso permettere? Prima di chiedere il mutuo, è opportuno valutare con molta attenzione il proprio reddito, anche in prospettiva, e la propria disponibilità mensile al netto delle spese fisse. È bene che la rata non superi però un terzo del reddito disponibile, per poter far fronte alle spese correnti, a spese impreviste e a possibili riduzioni di reddito (ad esempio, a causa di malattia, infortunio o licenziamento). 3)Quanto viene a costarmi il mutuo? La principale componente del costo è costituita dagli interessi, i quali sono il compenso per il prestito che viene erogato e dipendono anche dalla durata del mutuo. Agli interessi devono poi essere aggiunti anche altri costi, tutti espressamente indicati nel foglio informativo disponibile presso l’intermediario e sul suo sito web. Nella pianificazione delle spese si deve inoltre tenere conto delle spese notarili e delle imposte. 4)Quale durata mi conviene maggiormente? La durata del mutuo, solitamente concordata tra il cliente e l’intermediario e definita nel contratto, va a incidere sull’importo della rata. A parità di importo del finanziamento e di tasso di interesse, quanto più breve è la durata, tanto più alte sono le rate, ma più basso sarà l’importo dovuto per gli interessi; quanto più lunga è la durata, tanto maggiore è l’importo dovuto per gli interessi, ma le rate sono comunque più leggere.

 

Orientarsi tra i diversi mutui

È anche necessario effettuare un distinguo per quel che riguarda i principali tipi di mutuo: vediamoli insieme. A)Mutuo a tasso fisso: in questo caso, il tasso di interesse resta quello che è stato fissato dal contratto per tutta la durata del mutuo stesso. Lo svantaggio è quello di non poter sfruttare eventuali riduzioni dei tassi di mercato. Il tasso fisso può essere consigliato a chi vuole essere certo degli importi delle singole rate e dell’ammontare complessivo del debito da restituire fin dal momento della firma del contratto. A fronte di questo vantaggio, l’ intermediario spesso tende ad applicare condizioni più onerose rispetto al mutuo a tasso variabile. B)Mutuo a tasso variabile: il tasso di interesse può variare a scadenze prestabilite rispetto al tasso di partenza secondo le oscillazioni del parametro di riferimento, di solito un tasso di mercato o di politica monetaria. Il rischio principale è quello dell’aumento imprevedibile dell’importo o del numero delle rate. A parità di durata, i tassi variabili all’inizio sono più bassi di quelli fissi, ma possono aumentare nel tempo, facendo così aumentare le rate, anche in misura molto consistente. Il tasso variabile può essere consigliato a chi vuole un tasso sempre in linea con l’andamento del mercato e può sostenere eventuali aumenti dell’importo delle rate. C)Mutuo a tasso misto: il tasso di interesse può passare da fisso a variabile (o viceversa) a scadenze fisse e/o a determinate condizioni indicate nel contratto. Vantaggi e svantaggi sono alternativamente quelli del tasso fisso o variabile: questa flessibilità può comportare un tasso maggiore. Il tasso misto è consigliabile a chi, al momento della stipula del contratto, preferisce non prendere ancora una decisione definitiva sul tipo di tasso. D)Mutuo a due tipi di tasso: il mutuo viene suddiviso in due parti, una con il tasso fisso e una con il tasso variabile. Il doppio tasso è consigliabile a chi preferisce una soluzione intermedia tra il tasso fisso e il tasso variabile, equilibrando vantaggi e svantaggi di ciascuno. E)Mutuo a tasso agevolato: in alcuni casi, gli enti pubblici possono contribuire al pagamento degli interessi del mutuo.

 

 

SIMONE RICCI

feb 1

 

Parametro di riferimento e spread

Un altro utile elemento da considerare al momento della stipula di un mutuo per la casa è appunto il parametro di riferimento e lo spread. Il tasso di interesse viene a essere determinato in base a dei parametri fissati sui mercati monetari e finanziari, cui l’intermediario va ad aggiungere una maggiorazione (il cosiddetto spread), la quale rappresenta la differenza tra il parametro di riferimento e il tasso che viene effettivamente applicato. Di solito, il parametro di riferimento per il tasso fisso è l’Eurirs, mentre per il tasso variabile i parametri di riferimento sono l’Euribor, oppure il tasso ufficiale che viene fissato dalla Banca Centrale Europea.

 

Imposte e agevolazioni del fisco

Nel caso in cui il mutuo viene concesso da un istituto di credito, allora il cliente paga un’imposta pari al 2% dell’ammontare complessivo, oppure allo 0,25% nel caso in cui viene effettuato l’acquisto della prima casa. L’imposta viene sostanzialmente trattenuta dalla banca in maniera diretta, per cui la somma che viene percepita dal cliente è inferiore all’importo concesso. Se il mutuo viene concesso invece da un’impresa di tipo non bancario, come ad esempio una società finanziaria, le condizioni sono meno favorevoli. Ci possono poi essere altre imposte legate all’iscrizione dell’ipoteca o ad altri adempimenti. Gli interessi pagati per un mutuo ipotecario per l’acquisto, la costruzione o la ristrutturazione dell’abitazione principale sono detraibili dall’Irpef: l’importo e le relative condizioni per la detrazione sono fissati espressamente dalla legge.

 

Altri costi e piano di ammortamento

Bisogna poi ricordare che al tasso di interesse e alle varie imposte vanno aggiunti anche altri costi. Vediamoli insieme. 1)Il compenso da destinare all’intermediario per le spese di istruttoria, il quale può essere calcolato sia in misura fissa sia in misura percentuale sull’ammontare del finanziamento. 2)Le spese di perizia, le quali possono essere richieste per la valutazione dell’immobile da ipotecare. 3)Le spese notarili per il contratto di mutuo e l’iscrizione dell’ipoteca nei registri immobiliari. 4)Il costo del premio di assicurazione a copertura di danni sull’immobile ed eventualmente dei rischi legati a eventi relativi alla vita del cliente che potrebbero impedirgli di rimborsare il prestito. 5)Altre spese, come ad esempio la commissione annua di gestione pratica, le spese di incasso della rata, le spese di invio delle comunicazioni (l’elenco completo delle spese è contenuto nel foglio informativo). Qualora si dovesse decidere di ricorrere a un mediatore creditizio, è importante informarsi prima sul compenso che viene richiesto, il quale potrebbe anche essere abbastanza alto. Riguardo poi al piano di ammortamento, è importante, per i mutui che sono o potrebbero rimanere a tasso fisso per tutta la durata del contratto, richiedere all’intermediario di poter esaminare con attenzione in piano di ammortamento. Il piano di ammortamento è in pratica il progetto di restituzione del debito: esso stabilisce la data entro la quale tutto il debito deve essere pagato, la periodicità delle singole rate (mese, trimestre, semestre) e i criteri per poter determinare l’ammontare di ogni singola rata. La rata viene a essere composta da due elementi, la quota capitale, vale a dire l’importo del finanziamento restituito e la quota interessi, ovvero l’interesse maturato. Esistono inoltre diversi meccanismi di restituzione del finanziamento. In Italia, il piano di ammortamento più diffuso è il metodo cosiddetto “francese”: in questo caso, la rata prevede una quota capitale crescente e una quota interessi decrescente. All’inizio si pagano soprattutto gli interessi; a mano a mano che il capitale viene restituito, l’ammontare degli interessi diminuisce e la quota capitale tende ad aumentare. La variazione della composizione della rata in quota capitale e quota interessi può incidere sulle detrazioni fiscali, il cui importo può quindi cambiare di anno in anno.

 

Prima di decidere

È importante valutare vantaggi e svantaggi del tipo di tasso alla luce della propria situazione economica e delle condizioni del mercato, andando anche a considerare i loro possibili sviluppi nel corso del tempo. È utile, quindi, richiedere il cosiddetto “foglio comparativo”, in cui ogni intermediario deve illustrare tutte le caratteristiche dei mutui che offre. I tassi e le condizioni offerti dai diversi intermediari possono variare, anche di molto. Al giorno d’oggi, quasi tutti gli intermediari hanno un sito internet sul quale vanno a pubblicare il foglio comparativo e il foglio informativo di ciascun mutuo: è quindi possibile confrontare le offerte con tutta la calma necessaria. Su internet esistono anche motori di ricerca che offrono guide e suggeriscono i mutui più adatti alle esigenze di ciascuno. Naturalmente, è sempre possibile richiedere i documenti informativi direttamente all’intermediario, per esempio allo sportello della banca. Un altro importante elemento da valutare con cura e confrontare è il Taeg (Tasso Annuo Effettivo Globale), che tutti gli intermediari devono necessariamente pubblicare per legge sui fogli informativi. Il Taeg è una sintesi del costo complessivo del mutuo, il quale comprende il tasso di interesse e le altre voci di spesa (ad esempio, le spese di istruttoria della pratica e di riscossione della rata).

 

 

SIMONE RICCI

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Introduzione

Il conto corrente bancario semplifica la gestione del denaro: il cliente deposita in banca i suoi risparmi, la banca li custodisce e offre una serie di servizi, quali l’accredito dello stipendio o della pensione, pagamenti, incassi, bonifici, domiciliazione delle bollette, carta di debito (per esempio Bancomat o Postamat), assegni. Il cliente può versare e prelevare denaro dal conto corrente in qualsiasi momento. Come si apre? Prima di tutto è necessario andare presso la filiale o sul sito internet di una o più banche e informarsi sui servizi e costi del conto corrente. Il cliente può ottenere la documentazione per valutare e scegliere con calma tra le diverse offerte senza per questo impegnarsi in alcun modo con la banca. Una volta scelto il conto, il cliente può aprirlo sia in banca con un documento d’identità valido, sia sul sito internet della banca seguendo le relative istruzioni. Se la banca è disponibile ad aprire il conto, si procede al contratto.

 

Tre passi per scegliere il conto: porsi alcune domande

Quali domande possiamo porci quando andiamo a scegliere un conto corrente? Ecco le più frequenti. 1)Apro il conto per esigenze della famiglia o solo per esigenze personali? Più sono le persone che vanno a utilizzare il conto, più saranno le operazioni che probabilmente verranno effettuate. 2)Quante operazioni penso di effettuare al mese? Al crescere del numero delle operazioni aumentano i costi variabili, nel caso in cui il contratto lo preveda. 3)Voglio un conto online o preferisco andare direttamente allo sportello? Utilizzare il conto attraverso internet comporta generalmente costi minori per il cliente, ma richiede anche più attenzioni per poter operare con la massima sicurezza senza subire frodi. È importante chiedere alla banca quali cautele adottare e consultare la pagina dedicata alla sicurezza sul sito internet. 4)Utilizzerò la carta di debito per pagamenti o prelievi? Utilizzare la carta di debito come strumento di pagamento dei propri acquisti generalmente non comporta spese per il cliente; invece, per i prelievi di contante allo sportello automatico possono produrre spese e commissioni, soprattutto se vengono effettuati presso una banca diversa da quella che ha emesso la carta. 5)Ho bisogno di una carta di credito? La carta di credito consente di acquistare nei negozi, via internet, via telefono e in tutto il mondo beni e servizi senza pagare in contanti. Il rilascio e l’utilizzo di una carta di credito hanno dei costi per il cliente, quali: canone annuo e, quando viene richiesto il pagamento rateale, interessi. I costi della carta sono riportati sul foglio informativo. 6)Utilizzerò il conto per pagamenti ricorrenti quali affitti, utenze, telepass, rate del mutuo? Il cliente può richiedere che il pagamento avvenga in automatico, riducendo il tempo e l’impegno da dedicare a queste incombenze. 7)Potrei aver bisogno di un fido? Occorre valutare attentamente questa esigenza. Un eventuale scoperto di conto corrente è più flessibile di altre forme di finanziamento ma anche più costoso. 8) Mi occorrono altri servizi associati al conto (ad esempio, cassette di sicurezza o dossier titoli)? Spesso le banche offrono conti a pacchetto, che comprendono anche servizi accessori al conto corrente. La loro convenienza dipende da quanto il cliente abbia realmente bisogno di questi servizi.

 

Orientarsi tra i tipi di conto corrente

I conti correnti offerti dalle banche italiane sono moltissimi: i più diffusi possono essere ricondotti a tre diversi tipi. Vediamoli insieme: a)conti ordinari, vale a dire i cosiddetti “conti a consumo”, in cui le spese dipendono dal numero di operazioni effettuate (più operazioni si fanno e più si spende); b)conti in convenzione, cioè quei conti che beneficiano di sconti e agevolazioni grazie ad accordi precisi con determinate categorie di clienti; c)conti a pacchetto, con un canone che può comprendere anche altri servizi, quali assicurazioni e gestioni del risparmio (i conti a pacchetto si distinguono in conti con franchigia, in cui il canone include un numero limitato di operazioni gratuite e conti senza franchigia, in cui è possibile effettuare un numero illimitato di operazioni gratuite).

 

Valutare i costi del conto

Il costo complessivo del conto è di solito composto da una parte fissa e da una parte variabile. Per quel che riguarda i costi fissi, essi non dipendono da quanto e da come si utilizza il conto: i principali sono il canone annuo del conto, i canoni legati a eventuali carte di pagamento, le imposte di bollo, le spese per l’invio delle comunicazioni al cliente. Il canone annuo include spesso anche un certo numero di operazioni. I costi variabili dipendono invece dal numero e dal tipo di operazioni che si fanno (ad esempio, il prelievo di denaro con la carta di debito e l’incasso degli assegni). I principali costi variabili sono: le spese per la registrazione sul conto di ogni operazione, le commissioni per l’esecuzione di singoli servizi, le spese di liquidazione periodica (oneri e interessi), interessi e altri oneri in caso di scoperto.

 

 

SIMONE RICCI