lug 1

Si annunciano tempi duri per gli automobilisti che si metteranno in viaggio per l’esodo estivo. Dal 1 luglio, infatti, scatta l’aumento del pedaggio su tutte le autostrade italiane. Salgono le tariffe in vigore sulla rete autostradale di 1 millesimo di euro a chilometro. In pratica, per spostarsi da Roma  a Milano, oggi si paga 33,10 euro.

Tra poche ore si sborseranno 55 centesimi in più per le auto e un euro e mezzo per i tir. Sulla tratta Roma – Napoli l’aumento sarà di poco superiore ai 20 centesimi per le auto e le moto, e di circa 60 centesimi per i mezzi pesanti. Le novità sono contenute nella manovra economica 2010 – 2013 che, grazie alle entrate dei pedaggi, sconterà la somma dovuta annualmente all’Anas per la gestione, manutenzione delle autostrade, e per opere e interventi di manutenzione straordinari, anche già in c orso.

Il decreto prevede che l’aumento ai caselli non potrà superare del 25% il vecchio pedaggio. Tariffe, quelle datate 1 luglio 2010, che saranno applicate fino al 31 dicembre 2011. Tra i caselli interessati dal provvedimento le stazioni di interconnessione tra l’A1 e Roma, Firenze – Certosa, Valdichiana tra l’A24 e Roma, per entrare sull’A12 da Roma Ovest o Fregene, sulla A3 a Nocera e Cava dei Tirreni, sulla A18 a San Gregorio, sulla A30 a Mercato S. Severino, sulla A16 ad Avellino Est e Benevento, sulla A13 a Ferrara Sud, sulla A55 e la tangenziale di Torino, sulla A14 a San Benedetto del Tronto e Pescara Ovest e sulla A4 a Lisert. Già sono pronti i primi ricorsi. Ne presenterà uno al Tar del Lazio la Provincia di Torino contro il decreto che individua nei caselli di caselli di Bruere, Falchera e Settimo, quelli su cui l’Anas potrà applicare il pedaggio. Critiche anche dalla Coldiretti, secondo la quale gli aumenti si faranno sentire sulle tavole degli italiani. Secondo l’organizzazione di categoria, infatti, ogni pasto impiega mediamente circa 2mila chilometri per giungere a destinazione. In altre parole, si rischiano aumenti a valanga anche sulla spesa alimentare. Si tratta, dunque, di un doppio aumento per chi viaggia in autostrada che avrà ripercussioni anche sul altri settori. Agli aumenti dei pedaggi si dovrà sommare una tariffa forfettaria per il transito lungo i caselli di interconnessione e i raccordi stradali dell’Anas.

Luca Saulino

giu 22

E’ la Toscana la regione numero uno in Italia a dare una spinta propulsiva al settore calzaturiero. A dirlo è un’analisi effettuata da Trend Calzaturiero, sulla base dei dati Istat relativi al primo trimestre del 2010, secondo cui «L’export calzaturiero riparte dai distretti di Lucca e di Santa Croce sull’Arno. Mentre faticano a risalire la china i cluster di imprese negli ambiti regionali di Veneto e Marche».  L’indagine in questione parla chiaro: «il duetto toscano si è distinto per capacità di reazione, intercettando i primi segnali di ripresa della domanda estera. Il distretto di Lucca, in particolare, specializzato nelle calzature di volume, ha incrementato l’export in questo primo trimestre del 40% rispetto al gennaio-marzo 2009». Ad esercitare un vero e proprio pressing sul mercato internazionale sono in particolare le aziende del Pisano e di Santa Croce sull’Arno, dove si registra un aumento del 10% sul fatturato estero. A seguire troviamo il distretto dell’Emilia: Fusignano con un + 17%.

Non male i calzaturifici napoletani (+ 15%). Più in basso le aziende del Pistoiese, con appena uno 0’9% di crescita. Molto bene il Barese con un aumento annuale del 21%. In generale – si legge nell’analisi di Trend Calzaturiero «il primo trimestre 2010 ha fatto segnare, nel complesso, una riduzione dell’export del 7,4% rispetto allo stesso periodo del 2009, con il giro d’affari oltre confine sceso sotto la soglia di 1,4 miliardi di euro». Brutte notizie per i big del settore. Un esempio? Arretrano di oltre il 20% i distretti di Fermo, nelle Marche, e quelli veneti di Montebelluna e del Brenta, con una cessione in termini percentuali, dell’8 e del 4 circa. Frenano i calzaturifici fiorentini (-8,5%), quelli veronesi (- 2,3%), quelli delle provincia di Vigevano (- 15,8 %). Versa in una condizione di crisi, invece, il distretto pugliese di Cesarano. Sempre nel primo trimestre 2010 – secondo lo studio in questione – si sarebbe verificata una perdita secca nell’export del 60%, con un passaggio da 13,2 milioni di euro (gennaio – marzo dello scorso anno) agli attuali 5,2 milioni. Insomma, quello delineato da Trend Calzaturiero è un quadro con nuove luci ma anche tante ombre. Le regioni del Centro confermano la tradizionale vocazione nel settore calzaturiero, la provincia napoletana dimostra di aver compiuto passi in avanti, ma l’inversione di tendenza della Puglia fa precipitare il Sud nella parte bassa della classifica per il mercato calzaturiero.

Luca Saulino

giu 21

Arriva l’accordo tra i paesi dell’Unione Europea sulle conclusioni derivanti dal Consiglio Europeo di giovedì scorso, compresa la proposta sull’istituzione di una tassa comunitaria sulle transazioni finanziarie. A riferirlo è il portavoce del governo tedesco. «Le conclusioni sono state approvate da tutti i capi di Stato e di governo del Consiglio europeo», ha affermato il delegato dell’esecutivo di Berlino. A porre, in pratica, un veto su tale proposta era stato, durante un intervento alla presentazione della Fondazione Liberamente, il premier Silvio Berlusconi, che aveva bocciato l’ipotesi come «ridicola». In particolare, il portavoce tedesco si è soffermato sul punto 16 delle conclusioni del summit europeo, relativo alla tassa sulle transazioni finanziarie. L’articolo in questione recita: «Il Consiglio europeo conviene sulla necessità che gli Stati membri introducano sistemi di prelievi e tasse a carico degli istituti finanziari per assicurare un’equa ripartizione degli oneri e stabilire incentivi volti a contenere il rischio sistemico». L’unico paese a tirarsi fuori è la Repubblica Ceca che si riserva il diritto di non introdurre tale imposta. Non sono mancati riferimenti al punto 17 dello stesso accordo, secondo cui vi è la «necessità di esplorare e sviluppare ulteriormente» l’eventuale introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie su scala mondiale. «La risposta dell’Unione alla crisi deve continuare ad essere coordinata a livello globale per assicurare la coerenza delle misure sul piano internazionale.

Le iniziative attualmente adottate dall’Unione per rilanciare la competitività, risanare i conti pubblici e riformare il settore finanziario le consentiranno di prendere posizione con forza a favore di azioni analoghe a livello internazionale al prossimo vertice G20». In altre parole, l’Unione dovrebbe condurre gli sforzi indirizzati a decretare un approccio internazione verso l’introduzione di un sistema di prelievi e tasse a carico di istituti finanziaria, al fine di mantenere una situazione di stabilità su scala globale, e « difenderà con vigore questa posizione di fronte ai suoi partner del G20». Sempre nell’articolo si legge, nella sua conclusione, che «In tale contesto si dovrebbe esplorare e sviluppare ulteriormente l’opportunità di introdurre un prelievo sulle operazioni finanziarie a livello mondiale». «Non bisogna essere particolarmente perspicaci per indovinare che non sarà un tema su cui ci accorderemo fin dalla prima cena – aveva affermato il cancelliere  Merkel nel corso di una  conferenza a Berlino – ma non penso che faremmo fallire i mercati se introducessimo una tassa internazionale. Farò campagna in questo senso».

Luca Saulino

giu 20

«L’area dell’euro continua ad avere un chiaro interesse in un sistema finanziario internazionale forte e stabile, considerato che la volatilità eccessiva e movimenti disordinati nei tassi di cambio hanno implicazioni negative sulla stabilità finanziaria». Ha il tono di un vero e proprio plauso rispetto alla decisione della Cina di rendere yuan più flessibile, il comunicato congiunto diramato dalla Bce e dalla Unione Europea. Un messaggio ufficiale di benvenuto, quello siglato da Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, che nella nota aggiunge: «tenendo conto del ruolo importante della Cina nell’economia globale, incoraggiamo le autorità a permettere una maggiore flessibilità dello yuan come mezzo per promuovere una crescita bilanciata in Cina e nell’economia mondiale». Sulla questione è intervenuto anche il numero di uno di Tod’s Diego Della Valle, intervistato dalla giornalista  Maria Latella per Sky Tg 24. «È una buona notizia – affermato l’imprenditore marchigiano -  un’aggiunta al buon umore che gli imprenditori italiani che operano in Cina si possono permettere di avere. Credo che un euro giustamente valutato ci permetterà di respirare un po’ di più, soprattutto nei mercati, penso agli Usa, dove invece i gruppi italiani ricominciano a respirare da poco».

Un commento che s’inserisce nel coro di reazioni positive provenienti dall’Occidente in merito alla scelta di Pechino. Dello stesso avviso il ministro degli Esteri Franco Frattini, che ha preso la parola nel corso del lancio della Fondazione Liberamente: «Lo apprezzo molto: bene ha fatto Obama a incoraggiare ma non a imporre e bene ha fatto la Cina a dare flessibilità allo yuan.  Questa mossa, ha proseguito Frattini, aiuterà la crescita dell’economia mondiale. Per noi – ha proseguito l’esponente del governo  – cambia la possibilità di essere un attore più forte come zona euro. Se lo yuan è sopravvalutato, è evidente che il mercato europeo e la moneta europea ne risentono». Un giudizio positivo, dunque, sullo sganciamento dello yuan dal biglietto verde. Accoglienza positiva anche dal Fondo Monetario Internazionale. «Il ritorno al regime di cambio flessibile controllato -  ha affermato Strauss Khan, direttore dell’Fmi-  in vigore prima della crisi annunciato dalla Banca popolare cinese  è uno sviluppo molto benvenuto. Uno yuan più forte è in linea con i risultati del “Mutual process assessment” che verrà presentato al G20 di Toronto la prossima settimana, aiuterà ad aumentare i redditi della famiglie cinesi e a fornire gli incentivi necessari a riorientare gli investimenti verso le industrie che producono beni di consumo per la popolazione».

Luca Saulino

mag 15

La pensione integrativa

A seguito della cosiddetta “Riforma Dini” del 1995 è stato abolito definitivamente il sistema di calcolo retributivo ed è stato introdotto quello contributivo: la pensione, dunque, dal 1995 in poi, non viene più a essere calcolata in base a quelle che sono le ultime retribuzioni di lavoro, ma si calcola in base ai contributi versati dal lavoratore durante tutta l’età contributiva. Considerando comunque la grande difficoltà dei giovani a inserirsi attualmente nel mondo del lavoro e la loro scarsa capacità di reddito nei primi anni in cui l’impiego viene trovato, in media, fra venti anni circa si potrà contare su una pensione che sarà pari alla metà dell’ultimo stipendio che è stato percepito. Ecco perché forse conviene al giorno d’oggi sottoscrivere una pensione di tipo integrativo.

 

Le spese relative alla pensione

Può sorgere in alcuni il desiderio di sottoscrivere una pensione soltanto con l’assicurazione, senza andare a spendere neanche un centesimo per l’Inps (l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale). È possibile uno scenario di questo tipo? Anzitutto, oltre al fatto che l’iscrizione alla stessa Inps è di fatto obbligatoria per tutti gli artigiani e i loro relativi collaboratori, costruire una pensione di tipo integrativo solamente mediante un prodotto assicurativo è, in linea di concetto e ragionando da un punto di vista squisitamente economico, un errore bello e buono proprio per i motivi appena elencati.

 

La soluzione migliore per integrare la pensione

Al giorno d’oggi lo Stato non assicura più una pensione che è commisurata al redito, ma più che altro ai versamenti che sono stati effettuati durante tutta l’età lavorativa. Questo cambiamento implica che il singolo lavoratore debba occuparsi in prima persona e quindi direttamente della propria pensione. La soluzione al problema si chiama pianificazione previdenziale. Essa prevede, nello specifico di: 1)calcolare la pensione pubblica che si andrà a percepire; 2)stimare il proprio fabbisogno pensionistico, vale a dire l’importo della rendita di cui valutiamo di aver bisogno in pensione (per esempio, mille euro al mese); 3)individuare la differenza fra la pensione che si desidera effettivamente e la pensione attesa (si parla in questo caso di “gap pensionistico”); 4)se a questo punto la pensione complessiva è ancora insufficiente per i nostri obiettivi iniziali, allora è necessario accantonare di anno in anno un importo determinato per raggiungere i propri target di rendita, al fine di conservare o di aumentare il tenore di vita; 5)poiché i risultati di una pianificazione previdenziale dipendono da una serie combinata di stime e quindi sono ampiamente soggetti ad un elevato margine di errore, è necessario effettuare una revisione ogni anno in base alla quale andare a modificare i versamenti ai sistemi di previdenza integrativa. Tutto questo specifico processo, per essere svolto in modo corretto, necessita di una serie di competenze integrate in campo normativo, fiscale e finanziario. È necessaria dunque una notevole conoscenza della normativa di settore per poter fare una pianificazione previdenziale che non corra il rischio di sottostimare o sovrastimare il gap pensionistico, con il rischio conseguente di far mettere da parte al lavoratore troppo o troppo poco. A questa deve aggiungersi una conoscenza finanziaria che sia adeguata per valutare gli strumenti attraverso i quali accantonare il proprio risparmio pensionistico che non è detto siano dei fondi pensione. Ovviamente, alla base di tutto ci deve essere l’assenza di ogni forma di conflitto di interesse: chi porta avanti una consulenza di tipo previdenziale non deve essere coinvolto, a nessun titolo, nella vendita o nella gestione dei prodotti finanziari per l’integrazione alla pensione.

 

La costruzione della pensione integrativa

La soluzione consigliata dal governo italiano è quella di crearsi una pensione complementare investendo il Trattamento di Fine Rapporto. In poche parole, si spera che nel lungo periodo (quindi almeno trenta anni) l’investimento del Tfr nei mercati finanziari andrà a rendere molto di più della rivalutazione annua del Tfr che è stato lasciato in azienda. Tutte le statistiche finanziarie infatti dicono che nel lungo periodo l’investimento azionario ha sempre reso molto bene. Tuttavia, le cose non stanno proprio così. È sufficiente pensare che i dati statistici validi su cui possiamo fare davvero affidamento partono dal 1800: si tratta quindi di 210 anni che divisi per il lungo periodo, quindi per trenta, fa esattamente sette dati. Abbiamo pertanto solo sette dati: sarebbe come voler studiare l’altezza media della popolazione italiana andando a studiare l’altezza di sette persone che passano a caso. La liquidazione relativa all’investimento del Tfr rimane dunque un vero e proprio punto interrogativo. Se però decido di puntare sulla previdenza complementare, i fondi chiusi (quelli di categoria) sono i più prudenti perché garantiscono la conservazione del capitale dei lavoratori. Per questo motivo essi possono rendere meno dei fondi aperti ma hanno due enormi e indiscutibili vantaggi: A)i costi di gestione sono molto più bassi sia dei fondi aperti che delle stesse polizze: B)il lavoratore riceve dall’azienda un contributo aggiuntivo che non è previsto in relazione alla maggior parte dei fondi pensione aperti.

 

 

 

 

 

SIMONE RICCI

mag 14

Introduzione

In questa trattazione cercheremo di comprendere meglio come funziona il meccanismo del risarcimento diretto. La legge 254 del 2006 istituita dall’allora ministro Bersani dichiara espressamente che per certi tipi specifici di sinistri, i quali sono avvenuti in un momento successivo all’entrata in vigore dello stesso testo normativo (vale a dire il 1° febbraio del 2007), le compagnie assicurative sono obbligate in ogni caso ad applicare questo risarcimento diretto: quest’ultimo consiste nell’indennizzo che va al soggetto assicurato e che ha subito l’incidente. Inoltre, questo stesso soggetto deve essersi dichiarato non responsabile di tutto l’accaduto, oppure, al massimo, colpevole solo in parte dell’evento, da parte della propria assicurazione, sia per quel che riguarda i danni materiali (per i quali non esistono limitazioni di sorta), sia per le lesioni di tipo fisico non gravi (si intende in questo caso quelle che portano fino a un’invalidità permanente pari al 9%). Per queste ragioni, l’automobilista che è stato danneggiato non dovrà più andarsi a rivolgere all’assicurazione del soggetto danneggiante, ma alla propria compagnia, la quale a sua volta provvederà a liquidarlo in maniera tempestiva, avendo il diritto di rivalersi nei confronti dell’assicurazione di chi ha danneggiato nel corso del sinistro.

 

I casi del risarcimento diretto

A questo punto possiamo chiederci: ma il meccanismo del risarcimento diretto è possibile in qualunque caso? Ovviamente, si tratta di una eventualità non sempre possibile. In effetti, si possono elencare nel dettaglio i casi in cui si può ottenere il risarcimento in questione: 1)quando sono coinvolti soltanto due veicoli; 2)quando nell’incidente sono stati coinvolti macchine agricole o anche dei ciclomotori; 3)quando l’incidente in questione non ha provocato alcuna ferita, neanche quella più lieve, ai conducenti dei veicoli coinvolti; 4)quando non ci siano contestazioni su quale dei due automobilisti abbia effettivamente provocato l’incidente. Si tratta dunque di una casistica molto semplice e lineare, ma occorre anche ricordare che per ottenere in concreto questo risarcimento diretto si devono osservare due condizioni precise: a)far pervenire alla propria compagnia assicurativa il modulo blu relativo alla famosa constatazione amichevole; b)precisare alla propria compagnia assicurativa in quale luogo si trova il veicolo danneggiato, per porre in essere il riscontro peritale. L’assicurazione, inoltre, deve anche presentare una proposta di risarcimento e per far ciò si devono rispettare tre scadenze: trenta giorni nell’ipotesi in cui il modulo blu di constatazione amichevole sia stato firmato da entrambe le parti che sono coinvolte, sessanta giorni se questo stesso modulo non è stato firmato da entrambe le parti che sono coinvolte e novanta giorni per quel che concerne le lesioni fisiche alle persone. Poi, entro dieci giorni dalla messa a disposizione del veicolo, l’impresa assicuratrice del soggetto danneggiato va ad accertare l’entità del danno tramite una perizia. Se l’assicurato accetta la proposta economica che viene formulata dalla compagnia assicuratrice, allora quest’ultima deve provvedere a pagare l’importo pattuito entro quindici giorni. Nell’ipotesi invece in cui l’assicurato non è soddisfatto dell’offerta avanzata, oppure se l’assicurazione non propone nulla entro i tempi stabiliti, allora è possibile reclamare i propri diritti, anche appoggiandosi a delle vie legali nel limite dello strettamente necessario.

 

La copertura della polizza RCA

Ogni veicolo a motore in circolazione deve essere assicurato con la polizza RC Auto. Grazie a tale polizza, l’assicuratore è tenuto a pagare i danni fisici e materiali provocati a soggetti terzi dal veicolo assicurato. Il risarcimento è possibile nei limiti del massimale, vale a dire della somma indicata nella polizza. Il minimo massimale fissato per legge è di 774.685,35 euro; se il massimale è insufficiente a coprire i danni provocati, il risarcimento ai terzi dell’eventuale maggior danno ricade sull’assicurato. Inoltre, l’assicurazione RCA non copre i danni subiti dal conducente dell’auto danneggiante. Quindi, in caso di incidente, i danni subiti dal conducente non vengono risarciti. Quando si sceglie la propria polizza auto si cerca sempre la massima convenienza, trascurando però alcune garanzie accessorie che possono evitare un notevole esborso economico in caso di sinistro. Vediamole insieme. 1)Infortuni del conducente. Tale garanzia assicura il conducente dell’auto, chiunque esso sia, in caso di morte, invalidità permanente, diaria giornaliera da ricovero in ospedale, diaria giornaliera da gessatura, il rimborso per le spese mediche conseguenti a incidente stradale. L’autista sarà anche la persona che riceverà l’eventuale risarcimento e non il proprietario dell’auto. 2)Tutela legale. Essa prevede il rimborso delle spese sostenute a seguito di procedimenti penali per l’intervento del legale di fiducia dell’assicurato o di un perito. 3)Eventi atmosferici. Tale garanzia assicura l’auto verso i danni provocati dagli eventi atmosferici, ad esempio la grandine. 4)Incendio e furto. Viene assicurato il rimborso della spesa sostenuta per l’acquisto dell’auto in caso di furto, rapina o incendio. 5)Ritiro patente. In caso di ritiro della patente, al guidatore del veicolo assicurato viene risarcita un’indennità giornaliera. 6)Assistenza stradale. Assicura l’intervento di un carro attrezzi e della sostituzione dell’auto per incidente o guasto. 7)Cristalli. Vengono coperte le spese di rottura dei vetri del veicolo assicurato. 8) Kasko. Si coprono tutti i danni derivanti dalla circolazione del veicolo, indipendentemente dalla responsabilità del conducente.

 

 

 

 

SIMONE RICCI

mag 13

Introduzione

Il mondo della finanza è una vera giungla: avvicinarsi con la consapevolezza di non commettere errori, marchiani o meno, è l’atteggiamento più sbagliato. Bisogna invece convincersi che il modo più sereno e sicuro per affrontare questo intricato insieme di strumenti, prodotti, voci, indiscrezioni è quello di esaminare con attenzione e cura gli errori più comuni; solo così si potranno imparare i cosiddetti “trucchi del mestiere” e investire in maniera sempre più proficua.

 

Gli errori più comuni negli investimenti

Vediamo di seguito quali sono gli errori più comuni che vengono compiuti al momento dell’investimento finanziario. 1)Aspettare e attendere. Si tratta dell’errore di investimento più grande di tutti: in questo caso, bisogna far propria la massima secondo cui non si deve mai rimandare a domani tutto quello che si doveva fare ieri. In questo senso, assumere un atteggiamento troppo attendista può voler dire una pianificazione vera e propria del fallimento finanziario dell’investitore. 2)Nutrire dubbi sugli obiettivi finanziari e sul piano per raggiungerli. Anche il fatto di non aver obiettivi di tipo finanziario ben precisi, oltre al non avere uno specifico piano per riuscire a raggiungere questi stessi obiettivi è un errore molto comune in finanza. Di solito, si tende troppo spesso a pianificare con la massima attenzione le vacanze, ma non si pianifica mai il proprio futuro dal punto di vista finanziario; in tale ipotesi, non si è in possesso di precisi obiettivi economici o di un piano concreto per portarli a compimento. 3)Non riconoscere nella maniera giusta il valore del tempo. Il fattore temporale può essere il nostro migliore alleato. Spesso, però, si tende troppo a sottovalutare il tremendo potenziale che ha l’interesse composto e sono in molti a stupirsi nel venire a conoscenza dei reali costi di un investimento; ad esempio, investendo diecimila euro ogni anno al 10% di interesse per un periodo complessivo di venti anni, si vanno a versare in totale 240.000 euro, ma se ne accumulano ben 630.000. 4)Non considerare l’effetto dell’inflazione. L’inflazione è un evento da tenere costantemente sotto monitoraggio; in effetti, essa tende a ridurre il potere di acquisto del denaro nel corso del tempo. Per citare sempre un esempio, si può dire che a un tasso di inflazione pari al 4%, una somma equivalente a 100.000 euro di dieci anni fa, al giorno d’oggi corrisponderebbe soltanto a 66.000 euro a causa di questa continua “erosione”. 5)Non diversificare in modo efficace il portafoglio finanziario. È necessario determinare il proprio grado di tolleranza al rischio e progettare di conseguenza un portafoglio di investimento che sia equilibrato e diversificato. 6)Non avere una specifica protezione contro gli imprevisti. La longevità, la salute, l’inabilità e la responsabilità civile sono tutte forme di assicurazione che in casi troppo frequenti l’investitore sottovaluta. 7)Spendere in maniera indiscriminata. Anche la mancanza assoluta di una disciplina nelle abitudini di spesa e di controllo di quest’ultima può indurre qualunque soggetto al fallimento totale. 8) Non rivolgersi a dei consulenti professionisti. Nessuno di noi può pensare di diventare un esperto in qualsiasi tipo di materia, in particolare della complessità di un’efficace pianificazione di tipo finanziario. Bisogna allora rivolgersi con fiducia a dei professionisti esperti del settore e contare su un consulente finanziario che sia qualificato, al fine di coordinare al meglio gli sforzi verso l’obiettivo da raggiungere.

 

Su quali aree del mondo focalizzare gli investimenti?

Con i mercati europei praticamente allo sbando per le note vicende finanziarie che stanno coinvolgendo in primis la Grecia, e, per il momento soltanto sfiorate, Portogallo e Spagna, è lecito chiedersi se sia proprio l’area del Vecchio Continente quella più adatta per gli investimenti dei nostri risparmi. Ebbene, il contagio ellenico è destinato a espandersi a macchia d’olio, ma se si decidesse di puntare tutto sui fondi delle nazioni emergenti più in voga, come lo sono attualmente l’India e la Cina, sarebbe forse un azzardo? I due paesi asiatici sono quelli destinati a realizzare la crescita economica più intensa e importante nel futuro immediato, dunque già si parte da una buona base. Inoltre, focalizzando le attenzioni finanziarie su due stati emergenti, ma comunque piuttosto lontani, occorre tenere conto di cinque elementi. A)La conoscenza precisa e approfondita del proprio orizzonte di tempo, vale a dire il momento preciso in cui saranno necessari i soldi da investire; B)La conoscenza della capacità di rischio da parte del soggetto che sottoscrive (in questo caso, si vuole intendere il quantitativo esatto di denaro che si è in grado di rischiare; C)La conoscenza della tolleranza dell’investitore allo stesso rischio, ovverosia quanti soldi si intende rischiare effettivamente; D)La conoscenza dei veri motivi per i quali si vuole investire proprio su queste aree dell’Asia; E)La conoscenza dell’obiettivo, vale a dire a cosa ci serviranno davvero i soldi che si andranno a guadagnare dagli eventuali rialzi dei mercati in questione. Se si conoscono nel dettaglio questi cinque fattori, allora si può procedere con tranquillità, altrimenti l’operazione risulta troppo rischiosa nei suoi principali elementi.

 

 

 

SIMONE RICCI